Acque agitate nell'arte contemporanea italiana tra le possibilità di successo e i rischi di disastro a cui è esposto il "Padiglione d'Italia diffuso", ovvero l'inedita propaggine di mostre che Vittorio Sgarbi a suo tempo, incaricato dall'ex ministro Bondi di selezionare la rappresentanza degli artisti italiani alla prossima Biennale di Venezia, va promuovendo nelle città capoluogo di Regione seguendo disinvolture e urgenze da Protezione Civile. Come finirà? E una questione che da alcune settimane accende il più immediato interesse di parecchie migliaia di persone, tra artisti, galleristi, collezionisti e studiosi: ma è anche una questione più largamente culturale, direttamente riferita alla politica per la cultura. Se ne sa poco, perché Sgarbi ne ha detto poco e perché il presidente della Biennale, Baratta, ne ha taciuto, così rimarcando la distinzione tra la prestigiosa istituzione veneziana e l'impresa sgarbiana, che ne è una tentacolare derivazione. Una breve ricapitolazione è d'obbligo. Come è noto, alla Biennale d'Arte di Venezia - evento di rilevanza mondiale, superfluo dirlo - ogni nazione partecipante ha un suo spazio, nel quale ha facoltà di presentare gli artisti che vuole e di esporre le opere che crede. Lo spazio italiano, ovvero il "Padiglione Italia", fu affidato dalla competente autorità di governo, il ministro dei Beni Culturali, a Vittorio Sgarbi, personalità dell'intima cerchia del premier e da sempre in realtà molto più attenta all'arte d'epoca piuttosto che all'arte contemporanea, alla quale è dedicata la Biennale. Appena nominato, Vittorio Sgarbi annunciò che lo spazio assegnatogli a Venezia, ancorché ampliato, non gli sarebbe bastato. La sua intenzione, vertiginosamente al di là dell'incarico ricevuto, sembrava ben altra. Il suo disegno era quello di allargarsi all'Italia intera e di procedere a una specie di ricognizione, regione per regione, di tutta l'arte contemporanea italiana, vagliando personalmente, con l'aiuto di prescelti esperti, l'opera di migliaia di artisti. Al fine, naturalmente, di poterne selezionare una fascia (Settecento, Ottocento, si vedrà) di "meritevoli" di esporre i loro lavori. Ma esporli dove? Ovviamente, il "Padiglione Italia", sebbene allargato ad altri spazi della Biennale, non sarebbe bastato a ospitare migliaia di opere. (Senza contare che soltanto all'accenno d'una tale invasione il presidente Baratta e la direttrice di questa prossima 54 Biennale d'Arte veneziana, la studiosa svizzera Bice Curiger, se la sarebbero data a gambe). E allora? Ecco allora che Vittorio Sgarbi, detto fatto, promosse una venticinquina di mostre. Esposizioni sparse nella Penisola, in modo che gli anelli della catena fossero i capoluoghi regionali e, in aggiunta, alcune altre città. E i denari? E l'organizzazione? E i tempi? La primavera, questa primavera, era quasi alle viste, e la Biennale si apre il primo giugno. Come fare? Da responsabile ministeriale del "Padiglione Italia", il fenomenale Sgarbi si fece capo di un'entità inedita e non ben precisata, che le cronache chiamano "Padiglione Italia diffuso" e avviò un "progetto speciale" espositivo legato alle Celebrazioni del 150 dell'Unità d'Italia. Quali sono gli organismi di questo "progetto speciale"? Esso è finanziato? Non si sa. Ma si sa che le mostre le pagheranno le Regioni, autorevolmente contattate da Sgarbi, che è così caro al premier e perciò ottenne subito il signorsì là dove il centrodestra è al comando, mentre altrove l'assenso fiorì stentato. Salvo impedimenti, le mostre saranno allestite in siti indicati da Sgarbi, che dette incarico a numerosi critici e storici del l'arte, di sua fiducia, di censire tutto il meglio del fare artistico nostrano, "dalle Alpi al Lilibeo", come si suol dire. E tutta la complessa organizzazione, "chiavi in mano", venne messa in carico a una delle maggiori società che si occupano di grandi esposizioni, Arthemisia. La quale, da un lato ha motivo d'inorgoglirsi per essere stata preferita alle altre attive sul mercato, ma dall'altro ha di che preoccuparsi: e non tanto per l'eventualità di ricorsi che la concorrenza potrebbe avanzare anche dinanzi alla magistratura contabile circa le regole di assegnazione (i "progetti speciali" si avvalgono di corsie riservate), quanto per lo strano fondamento giuridico dell'operare di Vittorio Sgarbi e per la forzata intermittenza che presto connoterà il suo impegno, visto che prossimamente egli dovrà dedicarsi a un frequente enterteinment televisivo sulle domande ultime. Come spesso avviene alle personalità "sopra le righe", Sgarbi divide il campo. II cinema fece di Clint Eastwood, discreto tiratore nella realtà, un pistolero infallibile, un fenomeno, che avrebbe colpito lo stoppino di una candela da cinquanta passi; e così altrettanto la televisione ha fatto dell'eloquente e competente Sgarbi il non plus ultra dell'arte, un'étoile, un'icona che come tale è insopportabile e brucia quel po' di simpatia che certe spericolatezze, sebbene quasi sempre eseguite in sicurezza, possono assicurare al personaggio. Insomma, senza offesa, ci siamo capiti: non sono pochissimi, guardando intanto solo all'Italia, quelli che hanno avuto più tempo di Sgarbi da dedicare alla propria produzione scientifica. E il campo è diviso più che mai da questa inusitata estensione del "Padiglione Italia". Parecchi critici e storici, oltreché alcuni capintesta dell'arte contemporanea, schiumano d'invidia Un caso emblematico: Bonito Oliva, che dai festeggiamenti romani del suo settantesimo (con luminarie municipali) era caduto poi in ombra, per uscirne comunque in questi frangenti veneziani ha reagito facendosi fotografare nudo dalla rivista Frigidaire. Ma fin qui, pur disponendo di armi e munizioni, non ha aperto lui personalmente il fuoco contro il rivale Sgarbi, che potrebbe fargli terra bruciata in molti pascoli ministeriali, regionali, comunali. E gli artisti? Dopo la fame e il sonno, la maggior parte degli artisti ha com'è noto un altro bisogno primario: esporre. Una mostra è un momento di validazione. Una mostra che, di rife o di raffe, porta l'insegna della Biennale di Venezia, sebbene non sia propriamente la Biennale di Venezia, ed è questo lo status delle esposizioni che si preparano, è un sogno per moltitudini di artisti a torto o a ragione sconosciuti all'art-system. Perciò, lunghe file fuori la porta di Sgarbi e fuori le porte dei selezionatori che fanno per lui le prime cernite. Naturalmente, però, altri artisti - e non sono pochi - si guardano bene dal mettersi in coda: e sono quelli, in genere di maggior nome, i quali pensano che una mostra d'arte contemporanea fatta da Sgarbi sia completamente priva d'effetto validante e che il parteciparvi possa costituire un danno, se non addirittura una macchia. C'è posto, s'intende, per tutte le opinioni. Però, restano gl'interrogativi posti prima. I quali si risolvono poi in questa ben legittima domanda: che cosa è diventato Sgarbi? Un Commissario dell'arte contemporanea italiana con poteri assoluti e insindacati?