Se non vi fosse stato il parziale crollo di Villa Lancellotti, vi sarebbe stato, per il grande patrimonio delle ville vesuviane, tutto l'interesse che per alcuni giorni è stato manifestato largamente, e con i toni molto accesi, e più da predicazione e da deprecazione che da seria analisi della questione, che si sono dovuti registrare immediatamente a ridosso di quel infausto evento? Non abbiamo, al riguardo, alcun dubbio. Di quelle ville non si sarebbe parlato affatto, o soltanto in via accidentale, per questo o quel motivo più o meno occasionale e contingente. Eppure, le ville stavano li, e continuano a stare li, mentre la fiammata di interesse accesa dalla vicenda di Villa Lancellotti, si è, come di solito accade in questi casi, rapidamente consunta e spenta. Ragione di più, peraltro, crediamo, perché del problema della villa si parli a mente fredda e senza la pressione emotiva, ma fugace, di alcun accidente. Sull'imponenza e sulla qualità del patrimonio costituito dalle ville, nessun dubbio, intanto, è possibile. La denominazione di Miglio d'Oro per indicare il tratto della linea costiera vesuviana sul quale esse si trovano è, indubbiamente, alquanto retorica, se non convenzionale. E, tuttavia, una denominazione significativa, e anche appropriata. Gli sudi che sono stati, e continuano ad essere, consacrati a questa parte del grande patrimonio storico-culturale dell'area vesuviana e napoletana (a cominciare da quelli di Cesare de Seta fino ai più recenti), lo indicano appieno e ne costituiscono una illustrazione indiscutibile. Accanto alla consistenza e alla qualità di un tale patrimonio, un ulteriore elemento di pregio lo impone all'attenzione sia degli studiosi che della società civile; ed è la sua sostanziale, profonda unitarietà temporale e, se non stilistica, almeno figurativa. Chi dice ville vesuviane dice (beninteso, in senso non esclusivo, ma dominante) Settecento napoletano, con tutto ciò che questo grande secolo significò per Napoli e per la presenza napoletana in Europa. Da tutto ciò si può agevolmente dedurre quale forte contrassegno storico e identitario le ville vesuviane costituiscano per Napoli, e, attraverso Napoli, per tutta la civiltà italiana, ma per Napoli, ovviamente, in modo particolare, se è vero, come è vero, che il Settecento rimane tuttora, come a me è accaduto di definirlo, d'ora più bella» della storia moderna di questa grande città. Una città così spesso fraintesa e deformata sia dai pregiudizi di detrattori o, più spesso di quanto non si creda, addirittura di denigratori, sia dalle improvvide e stonatissime esaltazioni di fanatici «tifosi». Una città che ha, invece, bisogno soltanto di una devozione fatta di amore e di intelligenza, di coraggiosa lucidità, critica e autocritica, e di pensieri anche audaci, ma sempre concreti: insomma, e insieme, di passione e di verità. La verità, intanto, per le ville vesuviane è che alla grande e unitaria rilevanza del singolare e ricco patrimonio che esse costituiscono corrisponde la più frammentata condizione di fatto, di uso e di gestione, in cui oggi si ritrovano. Tranne una parte minima (2 ville in proprietà, 1 in concessione e 1 in comodato) gestita dall'Ente, oggi Fondazione, delle ville vesuviane, il resto, ossia la quasi totalità, è in uno stato che non è esagerato definire di anarchia per quanto ne riguarda, come si è accennato, la proprietà, la condizione di fatto, la gestione. Su questo stato deteriore, che ben poche assicurazioni dà circa l'eventuale ripetersi di casi spiacevoli come quello di Villa Lancellotti, non intendiamo qui soffermarci. È così facile denunciare e deprecare! Intendiamo, piuttosto, porre un quesito. Il seguente: sarà mai possibile parlare delle ville vesuviane in modo serio, funzionale ed efficace, se all'unità storico-patrimoniale che esse formano non si provvede con una azione unitaria di tutela, di sorveglianza e di intervento? Al momento attuale la tutela è quella generalmente esercitata dall'amministrazione dei Beni culturali, con tutte le positività, ma anche con tutte le insufficienze, le lentezze, i ritardi e i risultati spesso insoddisfacenti di una tale amministrazione. Nel caso delle ville vesuviane, la loro varia appartenenza a privati o a enti pubblici e la inimmaginabile varietà di condizioni che in parte ne consegue, e che, comunque, le caratterizza, complica non poco il problema di una visione unitaria, ancorché opportunamente differenziata, dell'importante patrimonio di cui parliamo. Per di più, non si può neppure dire che la parte che se ne ritrova in mani pubbliche stia nelle condizioni soddisfacenti, alle quali si vuole pensare quando si parla di pertinenze pubbliche. Tutt'altro, e anche peggio, in troppi casi! Considerato tutto ciò, non sarebbe conveniente e opportuno che per le ville vesuviane vi fosse un ufficio ad hoc di tutela, di sorveglianza e di intervento, nell'ambito o fuori dell'ambito dei normali organi di tutela? È tempo di chiederselo. Tra ministero dei Beni culturali, Regione e altre istanze competenti non dovrebbe neppure essere molto difficile dar luogo all'istanza unitaria che le cose ci sembrano imporre. Altrove per le ville storiche si è realizzata una gestione che, senza essere assolutamente totale, è, tuttavia, notevolmente raggruppata. Così è, ad esempio, per le ville venete. Qualcosa, comunque, nello stesso senso va fatto anche qui da noi. Si proceda per qualsiasi strada si voglia, servendosi, come è possibile, delle competenze amministrative attuali, magari opportunamente riviste o ridisegnate, o istituendone qualche altra nuova, che in tutto o in parte segua le sorti in generale e la vicenda quotidiana dello stato delle ville, e in qualche modo ne delinei un quadro sempre aggiornato al massimo delle relative condizioni e necessità. Quel che non può essere più tanto facilmente concesso è che si proceda, come finora si è fatto, con interventi casuali o chiusi ciascuno nella sua specifica prospettiva, e mentre una gran parte di questo patrimonio vesuviano è esposta a rischi anche maggiori di quelli in cui è incorsa Villa Lancellotti, e, a sua volta, un'altra congrua parte non solo non ha ricevuto niente delle possibili valorizzazioni, ma giace in uno stato di anonimato che non giova a niente e a nessuno. Nessuno può pensare che tutte le ville superstiti si prestino alla medesima valorizzazione. Sappiamo bene che una parte di esse presenta possibilità di recupero estremamente problematiche. Ancora meglio sappiamo che le risorse pubbliche sono quelle che sono, e sarebbe peggio che utopistico pensare a un incondizionato e generale ristoro del patrimonio di cui parliamo. Ma a una sua saggia, complessiva conservazione, scegliendo, graduando, programmando nel tempo e nei casi e nei modi di intervento, non dovrebbe essere impossibile giungere. Ed è da qui che debbono, quindi, pure partire gli ulteriori, e non meno essenziali, problemi della valorizzazione di un tale patrimonio, che richiedono, ovviamente, tutto un altro discorso. Problemi di valorizzazione, che sono, comunque, il terreno sul quale anche ai fini della conservazione è possibile mobilitare risorse private, come, non tanto per le attuali strettezze della finanza pubblica quanto per la forte consistenza del patrimonio di cui parliamo e degli ingenti investimenti di cui esso ha bisogno, è del tutto necessario (e, diremmo, anche urgente).