Galan risponde a Carubba. La mia missione? Uscire dalla sfiducia nella cultura Un italiano di media cultura non può non avere piena consapevolezza di quanto si sia enormemente abbassato il livello di minima sopravvivenza concesso dalla presente condizione del nostro Paese al "sistema culturale", che ormai da tempo si mostra per davvero sconquassato sia dentro che fuori la pubblica amministrazione. Dico questo non "per mettere le mani avanti", ma perché convinto del fatto che se sivuole uscire dalla sindrome "ultimi giorni di Pompei", di cui indubbiamente soffre l'Italia della cultura, dell'arte, del paesaggio, è indispensabile tenere alto l'urlo della sirena, come è giusto che sia in prossimità di un grave pericolo. Siamo in un territorio, quello dei beni e delle attività culturali, attraversato da sfiducia, caduta delle illusioni, mancanza di certezze nella possibilità stessa di raggiungere gli obiettivi già programmati, e questo nel corso di tempi umanamente accettabili. Dunque, prima ancora della "riconquista" dei soldi, prima ancora dei bilanci da riportare a quanto occorre per riconoscere effettivamente i meriti di chi sa garantire "una gestione efficiente", a partire dal completo utilizzo dei fondi messi a disposizione, avverto la priorità di assicurare una posizione centrale alla cultura rispetto ad un contesto politico e sociale che viene, da troppi anni, considerato detestabile da chi realmente fa cultura, chiede cultura, trasmette cultura oppure frequenta l'emporio delle più avanzate creatività in ogni campo. E il pretendere una specifica centralità per la cultura significa me lo auguro - poter chiudere per sempre il capitolo della sfiducia, della depressione o della rabbia sterile che ora avvilisce ingiustamente chi è entrato nella pubblica amministrazione pensando di esercitare al meglio la propria professionalità (la propria passione?) di storico dell'arte, architetto, archeologo, bibliotecario, restauratore, non esclusi i botanici o i paleontologi o gli astronomi o chi sa usare i vantaggi dell'informatica. Intanto, nei primi giorni da ministro della Cultura, mi sono subito imbattuto nella pochezza dei cosiddetti "benpensanti", di coloro cioè che praticano la censura culturale, che difendono i tabù ideologici, che si scandalizzano se c'è chi pone domande o esibisce dubbi di fronte ai patiti di "una città, un festival del cinema", "una notte bianca fa felice il sindaco e pure l'assessore", "il bronzo è mio e lo gestisco io". Sì, mi sono sorpreso ma fino a un certo punto, perché so quanto il dubbio infastidisca i conservatori, perché la libertà ideologica o l'eresia culturale è religione da sopprimere per i conformisti dell'una e dell'altra parte, le fazioni insomma in cui "si spezza" il nostro Paese. E per restare all'insopportabile invadenza dei conformismi, accetto, nonostante ciò rappresenti una difficile promessa, l'invito di Salvatore Carrubba a evitare la parola "eventi", nel senso che le parole contano, e così forse bisognerebbe rinunciare anche a questa piuttosto che a quella "identità". Già che ci siamo. prometto di pensarci mille volte prima di cadere nel luogo comune dell'Italia "paese più ricco del mondo di bellezze naturali e di beni culturali". Sarà pur vero, ma l'Unesco farebbe bene a protestare quando qualcuno riprende la giaculatoria dell'Italia in possesso di almeno il 70 per cento dei beni culturali mondiali. Come Carrubba sa, sono tante le vestali che accorrono con rimedi di vario genere al capezzale del morente "sistema culturale italiano". Vestali non sempre affidabili, però. Tanti i libri, tanti gli studi, tanti gli articoli, tanti i suggerimenti e le proposte invece che cercherò di leggere e tenere a mente, dato che, per fortuna, non mancano i bravi medici, capaci di contribuire sul serio al superamento dell'era del malessere e dei vandali. E' giusto: se strategia ha da esserci, questa «non potrà trattare tutti allo stesso modo, grandi e piccoli, lazzaroni e responsabili".