Lurbanista Campos Venuti oggi alle 17,30 alle Oblate. "Quella notte in cui Occhetto mi telefonò..." "Consente uno sviluppo moderato, con gli interessi privati che vengono dopo i pubblici" Architetto Campos Venuti, si è mai pentito di quella sua consulenza al segretario nazionale del Pci, che poi, nella notte fra il 26 e il 27 giugno 1989, vigilia dellapprovazione in consiglio comunale, impose lo stop alla variante, con conseguenti dimissioni dei vertici locali del partito? «Assolutamente no. Insieme ad Astengo avevo sempre detto chiaro che con i privati si può certo lavorare, ma non li si può servire dal piatto da cui, prima, non si serve la collettività. Non che la direttrice di sviluppo a nord ovest fosse sbagliata, ma ad essere sconvolgente era la dimensione degli interessi privati che venivano soddisfatti, nella totale dimenticanza di quelli pubblici. Noi proponemmo di ridurre moltissimo i volumi previsti per i primi, ma Palazzo Vecchio non fu daccordo. E quella variante diventò uno scontro nazionale, come meritava. E siccome allora la politica era una cosa seria, il gruppo dirigente del Pci, sconfessato da Roma, dette giustamente le dimissioni». Il nuovo segretario della federazione diventò, anche per il suo orientamento in linea col nuovo corso del Pci, Leonardo Domenici. Futuro sindaco, con due suoi assessori colpiti dallinchiesta proprio sullarea di Castello... «A Domenici rimprovero una cosa: di aver detto che il parco di Castello era una schifezza, lui che era 'nato politicamente con posizioni ambientaliste. Serie, non massimaliste. Perché sia chiaro: nemmeno io sono affatto un massimalista, sono per una scelta giusta, come quella che ha fatto la giunta del sindaco Renzi». Vuol dire che il nuovo piano strutturale a «volumi 0» rispecchia finalmente quello che lei diceva, inascoltato, negli anni '80? «Sì, anche se è sbagliato parlare di volumi zero, che sarebbe appunto una scelta massimalista, perché in realtà, nonostante lo slogan urlato che serve a dargli pubblicità, il piano consente uno sviluppo moderato e ragionevole, non eccessivo, con gli interessi privati non certo messi da parte ma da considerare solo dopo quelli pubblici». Nel suo libro-intervista lei mette sotto accusa il dilagare del 'brutto nelle città italiane, e il prevalere del disordine su un progetto urbano riconoscibile. Un fenomeno che riguarda anche Firenze, vedi la nuova palazzina 'mostro sul viale Michelangelo. Da che cosa dipende, secondo lei? «In genere le cose brutte sono sempre cose urbanisticamente scorrette, cioè dovute a una carenza della normativa urbanistica. Non a caso per decenni, dopo il piano Detti del 62, Firenze non è mai riuscita a darsi uno stabile e ben orientato piano regolatore ed è rimasta nel limbo di una disciplina ambigua, incerta, mai definitiva. Ovvio che in questa situazione passino piccole, o anche grandi, porcherie. Ma ripeto, il nuovo Piano strutturale mi sembra che sia finalmente quello che ci voleva. A patto che poi non venga messo continuamente in discussione. E sempre che si affronti sul serio la questione, ancora aperta, dello sviluppo della piana». Sta pensando al dibattito su aeroporto e parco? «Diatribe assurde, il vero aeroporto di Firenze, come di tutta la Toscana, non può essere che Pisa, raggiungibile in mezzora di treno. E allora nella piana ci sarebbe posto non solo per un grande parco, ma anche per un nuovo stadio...».