Due studi, l'uno a carattere storico (Valter Curzi, Bene culturale e pubblica utilità. Politiche di tutela a Roma tra Ancien Regime e Restaurazione, Bologna, Minerva Edizioni, 2004) l'altro decisamente orientato nel futuro (Pietro Amato, Proyectar un museo, Nociones fundamentales, Roma, Istituto Italolatino-americano, 2004), pur nella diversità dei contenuti, si presentano come due risultati di indubbia originalità che fanno riflettere sul medesimo terna: cosa significa una politica di tutela dei Beni Culturali, da quali istanze trae origine un museo e soprattutto quali sono le sue finalità. Inoltre entrambi i saggi pongono con chiarezza al lettore la necessità di una riflessione sulla funzione del museo nei confronti dell'esperienza culturale della società, su quello che Quatremère de Quincy chiamò «l'avanzamento e i progressi dell'istruzione e della ragione, il miglioramento, infine, della specie umana». Pertanto entrambi gli studi, pur nati, in contesti diversi e ben definiti, hanno una portata ideologica che li travalica. Il libro di Valter Curzi è un'indagine a vasto raggio che non solo delinea il tracciato cronostorico della situazione museale romana in un periodo cruciale, che prende le mosse dagli ultimi pontificati prima del governo napoleonico sino al successivo ritorno di Pio VII, ma soprattutto ne indaga con ottica critica le problematiche di pensiero e le metodologie operative. Il suo libro si configura, per capillarità e dialettica, come uno spaccato introspettivo sia della mentalità con la quale i funzionari pontifici, Carlo Fea e Antonio Canova in testa, intrapresero la loro opera di tutela e conservazione dei beni artistici della Santa Sede, sia dell'impatto che la dinamica attività dell'amministrazione francese ebbe sulle loro vedute e la situazione romana, sia infine delle nuove problematiche e aspettative con cui la Restaurazione, erede di fatto dell'amministrazione francese, dovette fare i conti. La grande mole di materiali d'archivio che l'autore mette a confronto, apportando informazioni spesso inedite, è resa più esaustiva dall'appendice documentaria che riproduce 15 testi, fra decreti, editti e regolamenti pontifici, dalla bolla Cum almam nostram urbem di Papa Pio II del 1462 al Regolamento del 1822 per i Musei Vaticani; l'appendice contiene anche l'inedito «Regolamento per i Musei Vaticani», promulgato da Martial Daru nel 1811, conservato in minuta nell'Archivio Storico dei Musei Vaticani. L'importanza del libro di Curzi è data dal taglio critico, estremamente nitido, che puntualizza con chiarezza, capitolo dopo capitolo, le fasi di un divenire della prassi legislativa e operativa che a cavallo tra 700 e '800 assunse negli Stati. Pontifici una presa di coscienza quale non si era mai verificata prima. L'Autore conferma che fu proprio l'amministrazione francese a segnare un punto di non ritorno nello spirito legalitario dei. funzionari pontifici, definendo l'investitura senza deroghe dello Stato alla tutela dei beni culturali. Il libro di Pietro Amato sviluppa una completa panoramica sulla realtà museale, tout court: la definizione di «museo» nelle sue componenti umane (la qualificazione dei personale), i beni culturali (le opere), i valori economici (la sua amministrazione), i valori sociali (l'apporto verso i visitatori); segue un capitolo sulle funzioni di un museo, che analizza le istanze della conservazione e della protezione, della ricerca scientifica e tutti gli aspetti legati al servizio pubblico i cui caratteri fondamentali sono individuati in forme di esposizioni in stretta.sintonia con il tipo di collezione, nella presenza di cataloghi a vario livello di fruitori, nelle mostre temporanee che devono sempre avere per fine un utilizzo cognitivo delle collezioni stesse e non ridursi ad un mero e culturalmente demotivato accumulo di opere d'arte. Dopo il capitolo che esamina le diverse tipologie museali (non dimentichiamo che il libro nasce come manuale a servizio della realtà museale latino-americana), con un paragrafo dedicato alla rispondenza del museo al suo ambito territoriale che ne giustifica l'esistenza, l'autore passa all'esame degli strumenti di lavoro con cui il museo si esprime: essi sono sostanzialmente l'inventariazione dei pezzi attraverso il catalogo e il variegato ventaglio delle pubblicazioni che sotto vari aspetti debbono mettere in luce i valori del museo; gli aspetti più divulgativi o per lo meno rivolti ad un pubblico più vasto saranno i cataloghi delle mostre, le guide, gli opuscoli illustrativi. Infine una sezione è dedicata agli esempi pratici della schedatura scientifica di 12 singole opere per offrire un modello su. ciò che è la potenziale conoscenza di un'opera d'arte. Entrambi i libri dibattono quindi in prima istanza il tipo di tutela di cui il bene artistico è oggetto nella prospettiva storica (Curzi), nella prospettiva operativa (Amato). Il saggio di Curzi, ad esempio, identifica con molta incisività nell'episodio del forno della Palombella un'esemplare vicenda su cui riflettere. Nel 1805 Carlo Fea avviava una vertenza legale con la famiglia Cuccumos proprietaria di un edificio adibito a forno addossato alle mura del Pantheon, del quale si chiedeva l'abbattimento, essendo estraneo alla struttura originale del Pantheon stesso e rappresentando quindi, detto in termini moderni, un abuso edilizio. L'episodio è estremamente significativo in quanto rappresenta un precocissimo segnale di quell'asserto che sino ai tempi attuali, è stato considerato fondamentale nella tutela dei beni culturali: la loro priorità esistenziale rispetto agli interessi privati in quanto espressione di un plusvalore estetico e storico che appartiene all'umanità intera e non deve essere in nessuna misura soggetto al privata. Se si pensa che ciò accadde agli inizi del secolo XIX cioè nel periodo di piena affermazione dei valori e del potere della borghesia sulla proprietà con la sua politica rivoluzionaria (di cui l'età napoleonica assunse l'eredità), non può sfuggire la lucidità profetica dell'intervento del Commissario delle Antichità circa la prevalenza del diritto pubblico su quello privato. Potremmo fare un confronto con quanto Amato (p. 26) riporta nella citazione della Carta Europea del Patrimonio Architettonico (Amsterdam 1975) adottata dalla Riunione di Ministri del Consiglio d'Europa; in riferimento ai beni architettonici essa dichiara, che «costituiscono un patrimonio spirituale, culturale, economico e sociale di valore insostituibile», che hanno «un valore educativo determinante» e che quindi necessitano di una conservazione integrale ottenuta da una «azione congiunta delle tecniche di restauro e delle indagini sulle funzioni originarie delle edificio». La vertenza fra Carlo Fea e Cuccumos si chiuse in un primo momento nel 1807 con la vittoria di quest'ultimo e la clamorosa sconfitta dei «valori integrali» dell'opera d'arte; soltanto nel 1881, in piena unità d'Italia, il forno della Palombella verrà demolito ripristinando la corretta lettura dell'area occidentale del Pantheon. Questa potremmo dire vittoria postuma di Fea ha avuto incontrastato esito sino ad oggi, anche se attualmente iniziamo ad assistere a una sua flessibilità nel riutilizzo di beni architettonici, considerati non di primissimo piano per scopi privati (castelli trasformati in alberghi, casali antichi riadattati a ville ristoranti...), flessibilità che implica un severo controllo da parte dello Stato. Ancora un altro aspetto innovativo di questi studi si può cogliere nella acuta disamina di quanto sia prioritario, rispetto ai valori di ritorno economico, l'aspetto della conservazione e della piena valorizzazione scientifica dei beni culturali. Se è vero che secondo un «promemoria» del 1816 indirizzato al Cardinale Pacca da Fea, Roma tutta «è e deve essere una Galleria», dallo studio di Curzi emerge ben chiara la volontà dei funzionali pontifici di regolamentare con un attenta politica di controllo dei direttori e dei custodi la presenza del pubblico e dei copisti, quest'ultimi rappresentando allora la quasi unica valenza di studio dell'opera d'arte; ciò ai fini di una corretta conservazione che trovava il suo più alto punto di espressione al momento del restauro, operazione della cui delicata natura già ai primi del secolo XIX le autorità pontificie erano ben conscie. Anche Amato punta il suo principale interesse nell'azione di restauro come elemento fondamentale della tutela quando dichiara (p. 32) «Nulla è più delicato del restauro, che è regolato da documenti internazionali. (...). Si deve restaurare l'opera d'arte a rischio di deterioramento, per favorire la corretta conservazione, per non perdere la sua lettura». La presenza di questo tipo di studi, dal solido ed equilibrato impianto metodologico, è estremamente preziosa in un periodo come l'attuale in cui, alla luce di tanti fattori destabilizzanti, l'orientamento cognitivo della società e dei singoli è spesso sottoposto a radicali revisioni fonte di incertezze. Sapere attraverso le documentate pagine di Valter Curzi che già Canova e i suoi collaboratori si posero il problema di come agire, come correggere eventuali errori, come migliorare l'esistenza e la fruizione delle opere d'arte, non per obbedire al gusto o alla moda, ma per un'istanza di civiltà, significa comprendere appieno quel che Amato definisce «tenere le porte aperte per promuovere le risposte all'esigenza di crescita della dignità umana. La dignità non risponde alle leggi del mercato».
L'Osservatore Romano
18 Novembre 2004
La conservazione dell'opera d'arte nella prospettiva storica e operativa
M.
M. Antonietta De Angelis
L'Osservatore Romano
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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