I led che illuminano il nuovo allestimento sono stati offerti da un parente del grande Schiaparelli «Produco luci, che cosa posso fare per voi?». Così Cesare Schiaparelli si è presentato qualche tempo fa al Museo Egizio, offrendo la propria collaborazione. Che è consistita nellilluminazione del nuovo allestimento dei reperti rinvenuti dal prozio Ernesto, dal 1894 e fino alla morte, nel 1928, direttore del museo. Schiaparelli nipote (larcheologo era il fratello di suo nonno) è invece ai vertici dellazienda Soleambiente, attiva nel settore degli impianti fotovoltaici e delle energie rinnovabili, con sede a Bra. Cesare Schiaparelli, ha sentito il richiamo delle radici? «Guardi, premetto che non sono un patito dellEgitto e dellegittologia, avrei anzi qualche timore con il nome che porto a recarmi in quel paese, dove credo che il prozio si sia fatto qualche nemico, per via dei tesori portati in Italia. Certo, il mondo oggi è cambiato, allora era tutto diverso. È vero inoltre che lui, a differenza di altri, non si è certo arricchito, anzi ha utilizzato per le sue imprese molte delle risorse di famiglia, addirittura si è impoverito. Detto questo, mi faceva piacere mettermi a disposizione del museo torinese». Come ci si sente in quanto discendente di un personaggio così illustre, a Torino un mito? «In realtà cè una differenza di età enorme, mio zio è morto nel '28, io sono nato nel '51. Tra noi cè però un legame di tipo filantropico, lui oltre agli scavi si dedicava a opere per i missionari nel mondo. Ci sono ancora ospedali che portano il suo nome, in Egitto e in Siria. Da parte mia, credo nel sistema di illuminazione che propongo, mi piace diffonderlo in un momento in cui lenergia non va sprecata». (m.pa.)