Entro questa settimana la Cattedrale di San Gerlando chiude al culto. Per la seconda volta in appena 5 anni, dopo un maxi restauro e consolidamento milionario. La Curia, il Comune, la Soprintendenza, la Protezione Civile a tutti i livelli hanno in sostanza convenuto sulla necessità indifferibile di piazzare nei punti del luogo sacro una serie imprecisata di puntelli per arginare al massimo, il lento ma inesorabile insorgere di crepe e fenditure, più o meno visibili. Di certo la Santa Pasqua i fedeli che frequentano abitualmente il Duomo dovranno festeggiarla in un'altra parrocchia, verosimilmente a Santa Maria dei Greci come avvenne negli anni scorsi - appena un paio di anni fa circa - quando la Cattedrale venne interessata dai lavori di consolidamento e restauro delle parti artistiche e lignee. Prima la sicurezza, poi tutto il resto, dunque. Il provvedimento di chiusura al momento non ha una scadenza, ovvero un giorno in cui si può immaginare che il Duomo possa riaprire, sia pure con i puntelli in bella mostra. Ed è questo uno degli elementi che non può non preoccupare, tenuto conto di come si parta da un minimo di un mese di chiusura a un massimo che potrebbe essere anche di alcuni mesi. Come dire oggi si chiude, poi vediamo, in attesa che magari si faccia chiarezza su come intervenire sulla collina, sulla stessa Cattedrale e - soprattutto - sulla via di fuga, pronta da mesi solo nel progetto stilato dalla Protezione Civile, in attesa del nulla osta degli enti competenti. Per sicurezza dunque il Duomo non è più fruibile, la vita delle persone non vale un affresco o un altare. Un ragionamento che non fa una grinza, ma che non può lasciare sotto traccia l'amarezza per una soluzione, per certi versi scandalosa, pensando a quanto detto e scritto negli anni scorsi. Quando cinque anni fa circa si tornò a parlare di emergenza Cattedrale i governi a tutti i livelli misero mani al portafogli e sganciarono un sacco di milioni - di euro - per inviare i migliori tecnici, le migliori ditte, i migliori specialisti nell'evitare catastrofi. Ad Agrigento scese per un paio di volte almeno l'allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Venne, vide e disse che il problema era complicato e che si sarebbe impegnato a risolverlo. Bene, anzi male. Di milioni di euro ne sono caduti una decina, spesi anche per interventi utili come il rifacimento della rete fognaria e idrica in via Duomo, ma soprattutto - alla luce della seconda chiusura in 5 anni - inutili, per non usare altri termini. Nessuno osa commentare e contestare la qualità del lavoro mirabile svolto da chi ha salvato il soffitto ligneo, gli affreschi, i marmi e tutto quanto tra il 2007 e il 2008 fu strappato a un quasi certo crollo. Ma ci si chiede se non fosse stato meglio spendere tutti quei soldi per arginare il perenne movimento franoso della collina dalla quale si erge la Cattedrale. Dubbi che tutti i residenti della zona si pongono e che alla luce del provvedimento di chiusura per motivi precauzionali del Duomo sono molto attuali. Alcuni giorni fa il preludio alla chiusura fu il posizionamento delle transenne a stoppare l'accesso alla navata nord, quella in cui si registrano i maggiori segni di cedimento. Evidentemente, al termine delle numerose riunioni svoltesi in questi ultimi giorni anche a Roma, «grazie» all'interessamento del ministro Angelino Alfano, la situazione ha subito un'accelerazione che ha portato all'inibizione della cattedrale fino a data da destinarsi. La vicenda ha scosso l'intera comunità parrocchiale che frequenta il Duomo, pensando soprattutto all'inevitabile spostamento dei riti in altra sede per l'ormai imminente Pasqua. La speranza di tutti è che si tratti soltanto della prima e unica festa da onorare lontano dalla Cattedrale. Ma, in questo momento, alla speranza non può far seguito alcuno scenario ottimistico. 28032011