A meno che la magistratura non finisca per sequestrarlo, o non imponga di restituirlo, il 'Michelangelo' finirà prima o poi in una vetrina del Museo del Bargello, i cui visitatori impegnati da opere celeberrime e meravigliose non lo degneranno di uno sguardo. E tra qualche anno, tramontati i suoi fautori e spenti i fuochi della propaganda, il suo destino si compirà nella quiete di un deposito, in compagnia di tante altre opere anonime che furono legate ad altri nomi sommi in altre fiammate di gloria mediatica. Ma presto agli ingranaggi del sistema (il mercato, la politica, le mostre, i media) serviranno altri 'Michelangeli': e dunque assisteremo sempre più spesso a simili, effimere, apoteosi. È certo vitale combattere per la salvezza del nostro patrimonio artistico, per la conservazione e la tutela dell'ambiente culturale che abbiamo ereditato e che abbiamo il dovere di trasmettere alle prossime generazioni. Ma dubito che questa battaglia possa esser vinta se non torniamo a comprendere a cosa serve, questo patrimonio. Se non si torna a comprendere che Michelangelo non serve a fare qualcosa (a divertirci), ma ad essere e a diventare qualcosa (più umani, più civili e, magari, anche più felici), non capiremo mai perché dobbiamo salvare Michelangelo: e alla fine lo perderemo anche materialmente. [] La risposta all'industria dell'intrattenimento 'culturale' non dev'essere una fuga nel chiostro degli studi: tutto il contrario. Alla fame di storia dell'arte si deve rispondere con più storia dell'arte: sui giornali, in televisione, alla radio e perfino nei teatri e nelle piazze. Ma dev'essere una storia dell'arte raccontata da chi la conosce: anzi, da chi la fa, la cambia e la rinnova ogni giorno. Rinunciare alle mostre come mezzo di comunicazione di massa sarebbe una follia, diceva già Giovanni Previtali: e aveva sacrosanta ragione. Una vera mostra 'di ricerca', o comunque una mostra davvero riuscita, può essere il più concreto atto di fede nella vitalità, nel valore oggettivo, nella serietà e nell'utilità sociale della storia dell'arte: come disciplina scientifica e come insostituibile mediatrice per l'amore, la comprensione, il godimento delle opere d'arte da parte di un pubblico vasto. Ma, nello stesso tempo, è necessario dire al pubblico che le opere d'arte stanno in una mostra (e, in verità, anche in un museo) come gli animali stanno in uno zoo: dove è certo più facile vederli, confrontarli, studiarli e classificarli, ma dove non li potremo mai conoscere per quello che sono davvero, quando si trovano nel loro ambiente naturale. Ed è forse questa la sfida decisiva, quella la cui posta in gioco è più alta. [] Quando un assiduo frequentatore di mostre entra in una chiesa storica, rimane come tramortito: qui le opere non sono ordinate e illuminate in modo uniforme, non sono tutte alla stessa distanza, non hanno la pelle 'liftata' cui è stato abituato. Sono mescolate ad iscrizioni latine, a oggetti e simboli strani. Sono accavallate, manomesse, ibridate, ritoccate o rifatte. Alcune sono bellissime, altre molto meno. Non sono più assolute, insomma, sono relative: cioè sono immerse in una rete di relazioni. E proprio per questo raccontano una storia: anzi, sono la Storia. La scommessa degli storici dell'arte non può che essere quella di rendere viva e parlante questa rete di relazioni, e di mostrare come essa si estenda nell'ambiente. Bisogna, dunque, tornare a dire che la storia dell'arte non è la successione ordinata di stili delle enciclopedie, o la galleria di capolavori 'assoluti' dei grandi musei, o peggio dei manuali, dei libri patinati, e delle collane da edicola. E che essa è invece la somma, la convivenza, il palinsesto, felicemente impuro e compromesso, del vecchio e del nuovo: un intreccio millenario che ci avvolge, e che segna ogni edificio e ogni contrada del nostro Paese. Il quale Paese non è un museo diffuso, non è il 'Museo Italia': ma un organismo vivo, un ambiente culturale in cui la natura e l'arte sono tanto cementate dalla storia da non potersi salvare l'una senza l'altra. [] Un grande storico dell'arte, Francis Haskell, diceva (parafrasando Jules Michelet e Hippolyte Taine) che il suo mestiere consisteva nel permettere la «resurrezione del passato»: una resurrezione non solo estetica, ma civile ed etica. Se oggi gli storici dell'arte vogliono essere fedeli al nucleo etico del loro mestiere devono fare di tutto per provocare il ritorno alla vita del nostro passato collettivo. E non sarebbe certo un risultato irraggiungibile, se solo le amministrazioni locali, le soprintendenze, le società di servizi e gli editori si convincessero che un monumento può avere il successo di una mostra. Allora si potrebbe mettere al servizio del patrimonio artistico monumentale e permanente una parte anche minima dell'onnipotente marketing che oggi vende con tanto successo l'effimero e l'inesistente. Sarebbe davvero rivoluzionario poter immaginare una programmazione che ogni anno richiamasse l'attenzione di un'intera città su un complesso monumentale, civile o religioso. Dedicare al convento di Santa Maria Novella a Firenze, a Palazzo Venezia a Roma o alla Certosa di San Martino a Napoli lo stesso sforzo di promozione profuso per Gli impressionisti e la neve o per il Potere e la Grazia significherebbe immaginare cataloghi, conferenze, visite, inserti nei giornali, ritorni temporanei di opere ormai migrate nei musei e magari perfino qualche 'evento': e tutto questo non più per lanciare un format globalizzante, ma per restituire ai cittadini la conoscenza e dunque il vero possesso, e l'interesse alla conservazione di un pezzo della loro città e della loro identità. [] La storia del 'Michelangelo' insegna che l'amore per l'arte può essere distorto e strumentalizzato fino a diventare un potente vettore di diseducazione, imbarbarimento e mistificazione. Se vogliamo che Michelangelo non serva solo agli interessi di un pugno di cinici registi del pubblico intrattenimento, ma torni ad essere necessario alla vita interiore di ciascuno di noi, dobbiamo ricominciare a raccontare la storia dell'arte. Quella vera.