ENNA. Le sette casse sembrano mastodonti davanti al portone-formica del museo. Dall'ingresso principale non passano, si tenta dal retro, si fa avanti un trasportatore del luogo, c'è la banda del paese che suona, la gente applaude. Alla fine la Venere riesce a tornare a casa dopo più di trent'anni di esilio, in quel paese di Aidone - cinquemila anime su una collina di ottocento metri - sorto dove un tempo c'era la celebre città di Morgantina, splendente di ori e di marmi. Ed è l'epilogo del lungo braccio di ferro tra l'Italia e il Getty Museum di Malibu, è la fine di un intrigo internazionale che vede coinvolti tombaroli, raffinati trafficanti d'arte e perfino la mafia. «Bentornata a casa», c'è scritto in uno striscione tenuto dai bambini del paese. «Sei nostra, sei nostra», si sgola una signora entusiasta. Sette casse, tre per contenere altrettanti pezzi del busto di tufo calcareo in cui la dea fu tagliata dopo il trafugamento, un'altra per custodire la testa, il braccio, il piede di marmo e novanta frammenti ritenuti pertinenti al reperto, tre per trasportare una sofisticata pedana con apparecchiatura antisismica. Dovrebbe preservare la statua da scosse catastrofiche, sempre che sia altrettanto solido il soffitto della sala allestita per lei dentro il convento seicentesco del paese, oggi dignitoso museo frequentato finora da sparute comitive. Il capo dei restauratori del Getty, Jerry Podany, insieme con un altro esperto, la monta pezzo a pezzo, come un puzzle. Prima la base, poi la parte mediana, infine la parte superiore del tronco. Alla fine è soddisfatto: «Questa sala è perfetta per le sue dimensioni, la statua sta meglio che da noi». Quando si dice fair play. Eccola qui, la Venere di Morgantina, che in realtà probabilmente è Demetra, stangona di due metri e venti scolpita tra il 425 e il 400 avanti Cristo da un discepolo diretto di Fidia, trafugata in una notte nel 1978, acquistata nel 1988 dal Getty dopo diversi misteriosi passaggi. La Regione ha rifiutato l'offerta di Malibu di trasportarla a proprie spese su un volo americano. Ha voluto che fosse imbarcata in un aereo Alitalia, un Los Angeles-Roma offerto gratis dalla compagnia di bandiera, in un impeto di patriottismo. Poi è stata caricata sul traghetto Civitavecchia-Palermo, infine accolta qui, dopo 180 chilometri di autostrada e statali-gimkana. Al museo ingresso sbarrato e lavori in corso fino all'inaugurazione prevista per la prima settimana di maggio, con un ritardo di sei mesi. Che potevano essere di più se non fosse stato per l'attivismo dell'assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Missineo, entrato in giunta quando venivano al pettine le pochade preparatorie dei tre anni precedenti. Mesi e mesi passati con Regione, Provincia e Comune che si mettevano le mani negli occhi per decidere se la statua dovesse andare ad Aidone o a Palermo, se dovesse essere collocata nel museo o in una chiesa sconsacrata. Pomposi comitati, promozione con viaggi premio fino agli estremi confini del pianeta, ma non un solo chilometro di strada rifatta in quella che è una delle province più piccole e depresse d'Italia. Lui, Missineo, nominato in quota Rutelli (proprio quel ministro che riuscì a portare a termine le trattative per la restituzione della statua) si è sbracciato per salvare il salvabile. «Due milioni di euro per sistemare la bretella che porta qui dall'autostrada - dice - un milione e mezzo per la costruzione della nuova ala del museo dove trasferirla successivamente, un piano di comunicazione e di booking online, ma soprattutto un progetto di rilancio del territorio che parta proprio dalla Venere, con un biglietto unico che colleghi Aidone al sito di Morgantina e a quello in via di restauro della Villa del Casale, incentivi ai giovani per creare piccole imprese di qualità per i turisti, dalle strutture ricettive ai servizi. I numeri li faremo con le scuole, ma qui la vera scommessa è cogliere quest'opportunità per attrarre visitatori qualificati». E la sua ricetta, la risposta all'ostilità, ai dubbi, perfino all'ilare stupore di tante voci che si sono levate per dire che era una follia portare l'Afrodite qui, tra i posti più sperduti d'Italia, un paese collegato alla statale da sette chilometri di bretella tanto stretta da non far passare insieme due pullman, senza un parcheggio, senza un sito Internet istituzionale. Ultimo il neo-ministro ai Beni culturali Giancarlo Galan, che proprio ieri ha preso i bronzi di Riace e la statua a esempio degli errori di collocazione. Qui non ne vogliono neanche sentir parlare: «La Venere? Guai a chi ce la tocca. E' figlia nostra». Il capolavoro Alta oltre due metri fu scolpita tra 425 e 400 a. Cr. da un discepolo di Fidia Dal 1988 era esposta al Museo Getty in California Il restauratore del Getty nel museo di Aidone: «Questa sala è perfetta la statua , sta meglio qui che da noi»