L'arte, l'architettura, la narrativa, la poesia o la musica contemporanea sono ambiti di ricerca non affatto consolidati dal tempo, dove i criteri di valore sono per loro natura fluttuanti: c'è chi vede e chi ceca, come usa dire, e non ci sono (o non ci sono più) vie dominanti, né tanto meno certezze incontrovertibili. Il che ovviamente non vuol dire che tutto va affidato all'arbitrio di un deus ex machina o al volere del Colbert di turno. La ricerca contemporanea offre molte vie e non omogenei criteri di valore: questo è un dato di fatto, lamentarsene non serve a niente o, peggio, significa non aver capito nulla della modernità. Puvis de Chavannes e Edouard Manet erano contemporanei: il primo fu onorato in vita, poi declassato a pompier; il secondo a lungo osteggiato poi assiso sugli altari. Oggi nessuno è disposto a buttare nel cestino l'uno o l'altro. Ma quando si sfiorano appena i nervi scoperti di quell'area di ricerca che va sotto il nome di arte contemporanea se ne vedono delle belle, o meglio delle brutte: un commento o una recensione può provocare scomposte reazioni e bisogna chiedersi perché questo accade. Infatti quel che rende minato il terreno dell'artecontemporanea è altra questione: il terreno è minato perché è attraversato da un fiume di danaro, da un mercato che macina miliardi di dollari e di euro, dove gli interessi sono tanti e così forti che unacatena di musei di arte contemporanea - con investimenti da capogiro - sono sorti in tutto il mondo per reggere un sistema potentissimo. Sicché sulla scena dell'arte le poetiche si confrontano e si scontrano senza esclusioni di colpi: in questo groviglio è facile riconoscere talune tendenze sostenute da lobby di critici (o pseudo tali) in aspra contesa tra loro. Non è una novità e non meno scandalo per questo, né considero il danaro sterco del diavolo: fino a quando però si tratta di privati che hanno il diritto di rischiare il proprio danaro, puntando su un artista e facendo di tutto per imporlo sul mercato. E' quanto si vede in tutti i grandi mercati d'arte del mondo: da New York a Zurigo da Londra a Tokyo. La questione è molto diversa se ad intervenire in questo ambito di ricerca sono pubbliche istituzioni che gestiscono risorse della collettività. Vorrei chiarire che sono convinto assertore della necessità che le istituzioni pubbliche investano non solo nell'arte ma in ogni settore della contemporanea creatività, soprattutto ovviamente in quelle più povere: come la musica contemporanea ad esempio. In tali circostanze il problema che si pone è ben altro: è necessaria una visione equanime, equilibrata, rispettosa di quelle pluralità di vie che esprime la ricerca. Fuor di metafora: se io sono un fan dell'Arte povera, legato a doppio filo ai galleristi che la commerciano o ai musei che la sostengono non posso imporre questa mia scelta alla Regione Friuli o al Comune di Grenoble per quattro anni o per otto anni. Questo a mio avviso il problema: delicato, dolente e del tutto irrisolto. E' mia debole opinione che quando si gestisce danaro pubblico bisogna essere molto attenti e trasparenti: come? Avvalendosi di commissioni composte da esperti di riconosciuta competenza e di non uniformi identità di vedute. Rendendo pubblici i bilanci per capitolo di spesa che ogni iniziativa comporta. Con consuntivi di costi e benefici. Condurre queste iniziative avvalendosi di cooperazioni internazionali che dimezzano i costi e che sono garanzia del fatto che l'artista (o la corrente X) è un prodotto la cui dignità viene riconosciuta oltre i confini daziari. E' quanto da decenni avviene da Roma a Parigi, da Napoli a New York per le mostre di arte antica e moderna promosse da grandi musei pubblici: le mostre promosse da Paolucci a Spinosa, da Strinati a Romanelli rispondono a questi requisiti e per tale ragione hanno assunto rilievo internazionale. Assai di rado lo stesso avviene per l'arte contemporanea: correndo il rischio dell'arbitrarietà, della prevaricazione, dell'autoreferenzialità. Poiché non appartengo a nessuno schieramento, a nessun "partito" costituito dell'arte contemporanea, a nessuna cordata di critici o lobby di galleristi dico questo perché da talune reazioni e dalle polemiche che esse finiscono per innescare se ne possa trarre qualche insegnamento per il futuro dell'arte contemporanea. Per quanto possa apparire paradossale va ribadito che è consentito - please - di dissentire liberamente da iniziative del tutto impari alla respublica. Se poi taluni a queste osservazioni si sentono morsi dalla tarantola è questione francamente che riguarda soltanto i tarantolati che cercano di sollevare polveroni per nulla dire sul fatto che non è consentito metter le dita nella marmellata. La responsabilità naturalmente non è solo degli addetti ai lavori ma va equamente divisa con le pubbliche istituzioni che adottano criteri privatistici. Come è noto la marmellata è tanta e si calcola, ad ogni iniziativa, in termini di miliardi di vecchie lire. Questo andazzo non piace a nessuno, salvo che ai responsabili diretti: come testimoniano le plebiscitarie levate di scudo di pubblico, critici, galleristi, esperti a vario titolo contro iniziative che si avvalgano di risorse pubbliche ma con gestione delle medesime del tutto private.