Al Gran Palais di Parigi una mostra racconta la svolta nella pittura del 600 determinata dallarrivo a Roma di Carracci e poi dai lavori di Lorrain e Poussin Toni lirici, quasi eroici, con una forza intrinseca che produrrà un effetto durevole PARIGI uando nel 1595 arriva a Roma Annibale Carracci (1560-1609), pittore maturo e già affermato a Bologna, la pittura di paesaggio in senso proprio era ancora un arboscello, piantato a metà del Cinquecento, da pittori nordici e romani, da Paul Bril ad Antonio Tempesta, sulla scia delle geoiconografie promosse da Gregorio XIII per gli affreschi nella Galleria geografica del Vaticano. Il ruolo di papa Boncompagni fu di assoluto rilievo e la sua passione per questo genere fu modello per Filippo IV per il Casón del Buon Retiro a Madrid. Larrivo di Annibale è come uno squillo di tromba che risuonerà a lungo nella pittura per mezzo secolo: lo si vede assai bene dal Paesaggio fluviale, 1599 c., che ci propone una scena paesistica strutturata su tre piani come unarchitettura naturale: due grandi alberi, una brughiera con canne e cespugli, uno specchio lacustre con barca, e, sul fondo, una distesa dacqua che sfuma nel cilestrino allorizzonte. Il contrasto cromatico tra i tronchi bruni degli alberi e il fondale è assai netto. E un paesaggio en plein air, nulla ha di pittoresco come in Bril. Ancora più rilevante, vero e proprio testo programmatico, è la Fuga in Egitto (1602-4), parte di sei lunette sulla vita della Vergine, commissionate dal cardinale Aldobrandini per la cappella di palazzo. La sacra famiglia è in primo piano, un grande albero sulla sinistra e uno specchio dacqua, la collina risale le balze fino a un borgo fortificato: imponente e architettonicamente, definito con precisione meticolosa. Il tono lirico di un paesaggio quieto giunge così alleroico, con una forza che avrà durevole effetto sulla pittura del Domenichino, di Francesco Albani, di Claude Lorrain e di Nicolas Poussin. Un punto e a capo, in un momento in cui, sulla piazza di Roma, sincontrano le figure più eminenti della pittura di paesaggio: una mescola di fiamminghi, tedeschi, francesi e italiani, talenti che fanno di Roma la capitale di un nuovo genere. A loro è dedicata la mostra Natura e ideale. Il paesaggio a Roma 1600-1650, al Grand Palais (fino al 6 giugno, poi al Prado), a cura di Stéphan Loire, con Francesca Cappelletti, Patrizia Cavazzini e Silvia Ginzburg. Ma della bella introduzione del curatore non condivido laffermazione che fino ad Annibale in Italia "non esisteva una vera pittura di paesaggio". Esisteva, ed aveva radici profondissime che, senza risalire a Piero e a Leonardo da Vinci, aveva precedenti memorabili in Giorgione e Tiziano. Questultimo esercitò la sua influenza sullo stesso Annibale, come sa bene Loire. Espediente retorico il suo per esaltare gli eminenti fuochi di questa splendida mostra che mette in scena ottanta tele di qualità superba, e una manciata di disegni di pari levatura. Sia Annibale che il conterraneo Domenichino (1581-1641) ebbero dalla loro Giovan Battista Agucchi, che nel Trattato della pittura li assume a referenti della sua teoria del Bello ideale e del classicismo, anticipando Giovan Battista Bellori. La coppia con Il Paesaggio di Ercole e Caco (1622-23) e Ercole e Achille di Domenichino, per il cardinale Ludovisi, eroicizza la scena spingendosi ben oltre la Fuga in Egitto. Erano morti sia Annibale che Adam Elsheimer (1578-1610) che in questo mondo romano ha un posto originale. Il tedesco con lAurora (1606 ?) conferisce al paesaggio una magica luminosità che prelude a Claude: Un sentimento protoromantico del paesaggio il cui filo riannoderà Caspar Friederich due secoli dopo. Elsheimer è il pittore che inventa leopardianamente i notturni al chiaro di luna. Claude Lorrain (1600 c.-80) è, con Nicolas Poussin , lapice della rassegna: il lorenese è pittore romano in senso proprio, vi giunge a tredici anni, trascorre qui la vita e si fa seppellire a Trinità dei Monti. Definirlo francese è un non sense. A Roma ebbe il suo apprendistato, due anni li trascorse a Napoli col tedesco Goffredo Wals (1595-1638) che, con le Mura di Roma (1620), sembra un fratello in spirito del grande gallese Thomas Jones. Di Lorrain si trova quanto di meglio offrono le collezioni francesi. Costruisce con sapienza scene architettoniche, un sapere attinto a Roma da autodidatta: era quasi illetterato come si vede dal Liber Veritatis, in cui scrupolosamente annota la sua produzione. Solo Jean Lemaire è più incisivo nel raffigurare rovine. Ma nel Porto con il Campidoglio (1636) Lorrain mette il suggello memorabile al paesaggio europeo classicista: unicona in cui la luce è sola sua, dove il mercatino in primo piano, si coniuga miracolosamente con solenni architetture senza che vi sia alcuna frizione. Deuteragonista Nicolas Poussin (1594-1665) pittore-letterato come nessun altro: capace di conferire alla pittura di paesaggio unossatura di storia sacra e profana. In capolavori come San Giovanni a Patmos (1642-47) e I funerali di Focione (1648) la natura e lantico, sono in esaltante connubio che prefigura il Sublime. Villa Medici (1620-30) di Diego Vélasquez è un cammeo insuperato e testimonia il fascino che Roma esercita sul grande spagnolo.
Quando il paesaggio iniziò ad essere dipinto in primo piano
La mostra "Natura e ideale. Il paesaggio a Roma 1600-1650" al Grand Palais di Parigi esplora la svolta nella pittura del 1600 determinata dall'arrivo a Roma di Annibale Carracci e dei lavori di Lorrain e Poussin. La mostra presenta ottanta tele di alta qualità, tra cui "Paesaggio fluviale" e "Fuga in Egitto" di Annibale, e opere di altri artisti come Domenichino, Francesco Albani e Claude Lorrain. La mostra mette in evidenza la fusione di stili e influenze tra artisti italiani, fiamminghi, tedeschi e francesi, che creò un nuovo genere di pittura di paesaggio.
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