Specializzati. Laureati. Stimati all'estero. Eppure precari, sottopagati e senza diritti. Mentre gli scavi sono fermi. In cantiere dalle sette alle 16, pagati a ore o a giornata. Licenziabili a discrezione del padrone. Non stiamo parlando della manovalanza immigrata, scelta dai caporali al mercato delle braccia. Ma di studiosi che hanno fatto quattro anni di università più tre di specializzazione o dottorato: le archeologhe e gli archeologi italiani. Nati e formati in un Paese nel quale qualsiasi buco si scavi butta fuori archeologia, ma che sul mercato privato non riconosce la loro professione e alle dipendenze pubbliche ha 350 archeologi in tutto. Un Paese nel quale un archeologo di fama mondiale, come Andrea Carandini, se ne va sbattendo la porta (vuota) del ministro dei Beni culturali, per protesta contro i drastici tagli al bilancio; come già aveva fatto, due anni fa, il suo predecessore Settis. I dati parlano chiaro: è lo stesso bilancio di previsione del ministero che certifica un crollo verticale, dai 2,1 miliardi l'anno del 2003 agli 1,4 di quest'anno. La spesa per la cultura è una percentuale infinitesima del bilancio pubblico: 0,18 per cento. Falcidiate le spese per teatro, cinema, monumenti, scavi, siti archeologici, sovrintendenze; e per il personale, ovviamente. Non si assume più nessuno, si riducono anche collaborazioni e contratti a progetto. Tagli che aggravano la condizione degli archeologi in Italia. All'ultimo concorso per lavorare nelle sovrintendenze, sono arrivate 5.551 domande per 30 posti. Uno su 185 ce l'ha fatta. Gli altri sono rimasti a presidiare il nostro patrimonio sotterraneo in un altro modo. Ecco come. PARTITA IVA E PICCONE Lì dove dovranno passare tubi dell'acqua, fognature e elettricità, è molto probabile che ci siano resti di età punica o romana. Come tutt'attorno, a Villasimius, vicino Cagliari. Per questo ogni giorno Emanuela Atzeni, archeologa, 34 anni, macina 80 chilometri per venire ad assistere lo scavo che il Comune sta facendo per portare servizi ai turisti sul mare. Anche se li chiamano "scavi di emergenza", sono la regola dell'archeologia italiana: nella quale si scava non con la missione di cercare reperti, ma in occasione di opere pubbliche o private, dalle ferrovie ai parcheggi. Cantieri in cui l'archeologia è un effetto collaterale. E Radi l'archeologo è pagato dall'impresa edile, risponde per il suo lavoro alla sovrintendenza, ma non è assunto né dall'una né dall'altra. Come Emanuela: «Qui lavoro con partita Iva. Altre volte ho avuto un contratto a progetto». Da quando è uscita dall'università, a Emanuela il lavoro, sia pur con alti e bassi, non è mancato. Ma, come i suoi colleghi, ha dovuto rincorrerlo passando da un incarico all'altro, spesso con lunghe interruzioni. Sono pochissimi gli archeologi che lavorano alle dipendenze pubbliche: meno del 4 per cento, secondo un censimento dell'Associazione nazionale. Rari anche i dipendenti privati. La massa ha uno status che è da libero professionista nella forma, da precario nella sostanza: partite Iva, collaboratori occasionali, cocopro... II tutto per un compenso tra i 30 ai 100 euro al giorno. Ne consegue un fatto crudo: per molti di loro - uno su tre - il lavoro di archeologo non è la fonte principale di reddito. Un 15 per cento fa anche la guida turistica, altrettanti si barcamenano tra supplenze e lezioni private; altri si improvvisano camerieri, commessi, operai. Oltretutto la paga sul cantiere la si prende solo per i giorni in cui si lavora. Se lo scavo si ferma per maltempo, spesso gli archeologi non incassano nulla, al contrario degli edili. Non hanno contratto, né ferie, né malattie. Spesso neanche l'assicurazione sugli infortuni. «Se resto incinta, la gravidanza non me la paga nessuno. «Rimettiamo al mondo il passato, non possiamo mettere al mondo il futuro, ha urlato un'archeologa, Astrid D'Eredità, dal palco a Roma nel giorno della festa della donna. Secondo il censimento dell'Associazione, il 70 per cento degli archeologi sono donne, ma più della metà di loro abbandona la professione dopo i 40 anni. C'è chi resiste, nonostante tutto. Federica Chiocci, romana, due figli, ricorda la sua prima gravidanza quasi come un lusso, «avevo un assegno di ricerca dall'università»; per la seconda è rimasta per un anno senza lavoro e senza stipendio. «La mia situazione familiare me lo consentiva, non per tutte è così». Federica, 45 anni e tanta esperienza, riesce a barcamenarsi, a scegliere contratti non umilianti. «Ma il privato può fare di tutto, spesso si serve di cooperative che, soprattutto in estate, mandano in cantiere ragazzi molto giovani, che si accontentano di poco». Precarietà, concorrenza al ribasso nelle gare d'appalto, paghe al lumicino: non sono soli, in questo, gli archeologi». Ma per noi c'è un problema in più: siamo pagati dal privato, ma dobbiamo fare gli interessi del pubblico. Loro ti pagano, e non vedono l'ora di mandarti via». Il conflitto è inevitabile. AL MASSIMO RIBASSO Federica ci porta in un mondo, quello dell'archeologia romana, in teoria ricchissimo. Per il sottosuolo di Roma, e anche per le enormi opere pubbliche che Io stanno scavando, a partire dalla Metro C, che passerà sotto il centro storico e dai sondaggi archeologici ha fatto venir fuori resti di un edificio pubblico adrianeo. E poi: i piani per i parcheggi sotterranei, i lavori dell'Acea, dell'Italgas... Quasi sempre lavori pubblici, odi grandi imprese private. Eppure sotto la capitale c'è una giungla, nel lavoro degli archeologi, che si muovano in proprio oppure legati a società o cooperative. o A volte sono società serie, ma molto spesso funzionano con i sistemi del caporalato», denuncia Salvo Barrano, vicepresidente dell'Associazione nazionale: «Vincono le gare con il massimo ribasso, e si rifanno abbattendo i compensi agli archeologi. Se questo è possibile, è perché manca un sia pur minimo riconoscimento del nostro lavoro: non c'è alcuna regola. Le imprese possono fare quel che vogliono, in teoria anche mandare nello scavo uno che non è archeologo. O sostituirlo se rompe troppo le scatole. E questo succede anche nei lavori pubblici». «Quando lavoriamo per le società non facciamo noi il prezzo, sono loro che decidono», racconta Margherita Malorgio, romana. Che denuncia anche un'altra pratica scorretta: «Mi hanno fatto firmare un contratto col quale rinunciavo a pubblicare ciò che trovavo». Quello delle pubblicazioni scientifiche è un altro punto critico. Sarebbero la ragione principale del lavoro degli studiosi, ma spesso è impossibile farle: anche quando non c'è una clausola-capestro di rinuncia, è il tempo che manca. «Io uso le notti, i weekend e i giorni di pioggia per studiare e pubblicare». Ma la possibilità di farlo, di avere accesso ai reperti e seguire il lavoro una volta chiuso lo scavo, dipende anche dalla presenza attiva della sovrintendenza: spesso impossibile perché negli uffici mancano, appunto, gli archeologi. CONCORSO CHOC L'ultimo concorso da archeologo pubblico è del 2008, quello precedente risaliva a dieci anni prima. Una prova dura. Per accedere, c'era bisogno di laurea più specializzazione (o dottorato). Lo hanno vinto in 30 su oltre 5 mila (nessun posto in Campania, forse Pompei sembrava protetta) in lista d'attesa sono rimasti 96 idonei, che in teoria dovrebbero essere assunti a seconda delle esigenze. Giovanna Pietra, di Olbia, è terza degli idonei in Sardegna. «Ci avevano detto che saremmo entrati, ma poi c'è stato l'ulteriore blocco delle assunzioni». Ora aspettano. «Dovranno pur decidere cosa fare di noi. In fondo ci hanno formati, siamo in grado di fare un lavoro, siamo anche noi un patrimonio dello Stato». Scavo privato, reperto occultato LUIGI MALNATI, direttore generale alle Antichità L'Alta velocità, i parcheggi interrati, le nuove metropolitane a Roma e Napoli, e una miriade di lavori 'minori": ogni anno in Italia si aprono migliaia di scavi archeologici. Ma del 90 per cento di questi non sappiamo niente, perché non vengono pubblicati. L'archeologo se ne va, si libera l'area, e nessuno ne sa più niente. Anche di eventuali ritrovamenti. La denuncia viene da fonte più che autorevole: Luigi Malnati, direttore generale alle Antichità al ministero dei Beni culturali. La legge ha obbligato i privati a pagare gli scavi archeologici, ma il problema è: come si fanno? L'unico interesse del privato è fare presto, e risparmiare. La Sovrintendenza dovrebbe sorvegliare, però ha pochissimi funzionari. Morale: il povero archeologo si trova tra l'incudine e il martello. E nessuno lo tutela: in teoria, chiunque potrebbe andare sul cantiere al posto suo, chiamato a fare uno scavo archeologico. Come se ne esce? Va fatto un regolamento che dica chi è l'archeologo, cosa deve fare, quali sono le regole dell'archeologia preventiva e degli scavi di emergenza, e anche quali sono le sua responsabilità. Perché queste regole non ci sono: anzi, sono ferme al 1913, e si occupano solo della proprietà dei tesori ritrovati. Cent'anni dopo, abbiamo nuovi testi unici e codici culturali ma ancora nessuna regola su chi scava e come. Malnati, arrivato da poco alla direzione delle Antichità, promette: 'Farò un regolamento, chiamando tutti gli interessati a partecipare.. E sulla lista d'attesa degli archeologi pubblici idonei all'ultimo concorso, confida in uno sblocco: Ma dovranno essere disponibili a spostarsi da regione a regione. MARIA ROSARIA BELGIORNO archeologa Cnr Un nome, ce lo abbiamo sempre. All'estero godiamo di grande prestigio. Ma dl tutti i ragazzi Italiani che sono passati nel nostro scavo di Pyrgos, ho notizie tragiche: pochissimi hanno continuato a fare gli archeologi, spesso hanno smesso proprio i più bravi.. Maria Rosaria Belgiorno, archeologa del Cnr, ha legato il suo nome alla più antica fabbrica di profumi del mondo, ricostruita dalla missione italiana di PyrgosMavroraki a Cipro. Un polo industriale nell'isola di Afrodite, risalente al II millennio avanti Cristo, riportato alla luce con le più sofisticate tecnologie dei materiali del nostro millennio. L'archeologia non si fa solo con gli archeologi, è un intreccio di competenze: è lontana la vecchia immagine dell'archeologo solitario con pala e piccone. Serve un training che da noi spesso non si dà, per mettere in grado una persona di gestire un domani uno scavo da solo.. A Pyrgos arrivano studenti da tutto il mondo. Vengono per imparare, perché l'archeologia si impara solo sul campo. Ma gli italiani sono quelli che hanno prospettive più incerte. Resto In contatto con loro, ma nella maggior parte dei casi li vedo sparpagliati nel mondo a fare tutt'altro, anche i più bravi. EMANUELE CURTI docente dl Archeologia classica Forse sono nell'ultima generazione degli archeologi fortunati, dice Emanuele Curti, che alla Scuola di specializzazione in Archeologia a Matera è arrivato grazie alla legge sul "rientro dei cervelli". E rientrato da Londra, dov'era emigrato a 28 anni, subito dopo il dottorato di ricerca, facendo la brillante carriera che aspetta spesso non solo i nostri scienziati ma anche i nostri umanisti oltrefrontiera. Ed è tomato qui, a constatare che i giovani non trovano lavoro, inseguono le imprese edili, che spesso li sfruttano, mentre le sovrintendenze che dovrebbero controllare e fare ricerca non ce la fanno perché non hanno i mezzi. Ma non c'è solo questo, non sono solo politica e fondi che mancano. .Anche noi archeologi dobbiamo rimetterci in discussione, pensare a tutto il territorio e non solo alla nostra fetta di lavoro, generare progetti, avendo anche in mente - perché no - come raccogliere i fondi.. Un esempio: I turisti che vengono a Matera fanno il giro dei Sassi e se ne vanno, non si può fare un progetto che connetta tutti i beni culturali ed archeologici?. Archeo-star in fuga e giovani senza futuro. COLLOQUIO CON PAOLO MATTHIE Siamo vittime di tagli gravi. Perché sono indiscriminati; e perché quando invece discriminano, lo fanno ai danni della cultura e della ricerca. Le dimissioni di Salvatore Settis, prima, e di Andrea Carandini, adesso. non sono un caso ma la logica conseguenza di questa situazione. Per Paolo Matthiae, archeologo italiano conosciuto nel mondo come lo scopritore di Ebla, c'è un nesso chiaro tra la condizione degli invisibili giovani archeologi e la generale dismissione del nostro patrimonio culturale. Consiglierebbe a un suo studente, oggi, la carriera di archeologo In Italia? «Siamo tuttora apprezzati e celebrati nel mondo, e non parlo solo della mia generazione, ma anche di quelle successive, abbiamo schiere di nomi eccellenti. Ma di fatto da anni il ministero non rinnova più i ruoli delle sovrintendenze: non si fanno concorsi, non si assume più. E la stessa cosa avviene per l'università, dove per un professore che esce entra un quarto di ricercatore. Questo porta a una situazione di precarietà gravissima«. Gli archeologi In gran parte lavorano per le imprese di costruzione, che sono tenute a tenerli ma sperano che si tolgano dai piedi al più presto. Non è un sistema che in sé porta I rischi dl un conflitto di Interessi? «È un sistema malato perché nella logica del precariato che adesso vale per quasi tutti i lavori, compreso quello dell'archeologo. Ma se non ci fossero società e cooperative che lavorano per le imprese, gli archeologi sparirebbero del tutto. La cosa essenziale è che sia forte il sistema di tutela e controllo a livello nazionale, è questo quel che manca adesso. Ma anche negli scavi di ricerca, dl solito universitari, I giovani spesso lavorano gratis. «Questo succede da tempo, ma dovrebbe riguardare solo gli studenti. Ragazzi che sono sullo scavo per fare esperienza, per imparare, per formarsi. All'inizio è uno stage, alla lunga è sfruttamento. Dopo la laurea, durante e anche dopo il dottorato, abbiamo a che fare con giovani: la cosa diventa pesante per loro, e imbarazzante per noi 'sfruttatori". Succede anche in altri Paesi, ma qui la mancanza di sbocchi la rende più grave«.