Dedicata a Ludovica Carbotta e Manuele Cerutti la rassegna che si apre oggi alla Fondazione Sandretto Stucchi, colori e arredi risplendono dopo il restauro "Greater Torino", giovani artisti crescono Lui naviga intorno allidea stessa del dipingere, lei mescola scultura e performance Dal 30 marzo si potranno visitare camera da letto anticamera e studio dello scrittore Il secondo appuntamento di "Greater Torino" ha il nome di Ludovica Carbotta e Manuele Cerutti. Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (www. fsrr. org), in via Modane, si apre alle 19 una mostra che presenta il lavoro di questi due giovani artisti torinesi. Il progetto, curato da Maria Teresa Roberto e Irene Calderoni, è uno sguardo sul territorio, su cosa cresce nel laboratorio dellarte contemporanea di Torino. I lavori di Carbotta e Cerutti usano linguaggi diversi, ma hanno anche molti punti di contatto, in una sorta di scambio empatico. Entrambi gli artisti appartengono a un gruppo che ha dato vita a "Diogene", un tram parcheggiato in una piazza di Barriera Milano, trasformato in un laboratorio di idee, dove transitano artisti da tutte le parti dEuropa. È naturale che nel loro fare ci sia un approccio di indagine e profonda riflessione sulla dimensione reale, su cui si riflette quella intima. Cerutti è un pittore, nellaccezione più classica. Eppure la sua pittura è una navigazione attorno allidea stessa del dipingere. Le immagini fotografiche di partenza, raccolte in giro, sono lo spunto per composizioni in cui cè sempre una parte non finita, ancora aperta, che richiede limmaginazione del pubblico. È un modo per dialogare, di fronte a soggetti che mettono in scena pietre, come fossero surrealisti sassi lunari sospesi, oppure azioni non risolte e oscure. Trasformare il figurativo in concetto astratto. Carbotta mescola installazione con scultura e performance. Nei suoi lavori lascia tracce di sé, come motore da cui parte il lavoro. Per esempio nelle sculture "Imitazioni", una base in cemento che accoglie limpronta del suo piede, su cui si eleva una colonna corrispondente al peso corporeo dellartista. Poi un video, in un piano sequenza in soggettiva che racconta una passeggiata per la città, cercando di non proiettare la sua ombra, e un cartone che riproduce il profilo di un marciapiede e di una strada, una sezione urbana come lepidermide di un individuo. Ma cè anche la macchina del vento, che disegna mossa dalla brezza. Tornano a risplendere le stanze di Palazzo Barolo in cui Silvio Pellico visse dal 1834 al 1854, anno della morte, e dove operò come segretario e bibliotecario per Giulia Colbert, moglie di Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Ai marchesi era stato presentato da Cesare Balbo, non molto tempo dopo la fine, nel 1830, della lunga prigionia nel duro carcere dello Spielberg. Grazie a un restauro promosso dalla Compagnia di San Paolo - che ha interessato anche lala alfieriana del palazzo, per un importo complessivo di 2 milioni di euro - dal 30 marzo si potranno visitare, arricchite dagli arredi originali, lanticamera e la camera da letto, oltre allo studio in cui lo scrittore era solito lavorare. Già da ora - in tempo per linaugurazione di stasera, alla presenza del presidente dellOpera Barolo Franco Gamba, del segretario generale Franco Fiorino e del vicepresidente della Compagnia Luca Remmert - si trovano al loro posto le tele recuperate nel Centro di Restauro di Venaria. Si sono inoltre ripristinati i colori originali nei dipinti sulla volta dellanticamera di Michele Brambilla, in quelli nella camera da letto, opera dei pittori Lamberti e Trevisani, e nelle sovrapporte di Cignaroli. I restauratori, coordinati da Carmen Rossi, con la supervisione scientifica delle soprintendenze ai beni storico artistici e architettonici, hanno operato anche su infissi di legno, ferramenti e boiseries, sui camini e paracamini, oltre che sul rivestimento in tessuto delle pareti. Lintervento, successivo a quello del 2006 sul Salone donore, ha riguardato dal 2008 anche lala che si affaccia su via Corte dAppello. È così completato il restauro dellintero piano nobile di uno dei palazzi più significativi del barocco torinese, realizzato tra il 1692 e il 1719 per iniziativa del conte Ottavio Provana di Druent, sulle mura di una costruzione iniziata nel 1613. Lintervento, su progetto anche di Francesco Baroncelli, fu aggiornato qualche decennio dopo in chiave rococò per volontà del nipote Alessandro Falletti di Barolo, con la regia di Benedetto Alfieri. In questala, che subì una profonda trasformazione in seguito al taglio reso necessario dallampliamento nel 1906 di via Corte dAppello, si trovano la cosiddetta Sala Mozart, la Sala degli Specchi e il Salottino Cinese (questultimo ricostruito con gli arredi originali proprio in seguito a quellintervento urbanistico). Qui si è operato sugli stucchi dorati, sui dipinti opera tra laltro di Salvatore Bianchi (mentre le sovrapporte sono attribuite a Rocco Camaneddi), sugli intonaci e sulle tappezzerie. Il palazzo, in cui in seguito a studi sui documenti e sugli arredi originali si è ricostruito lintero percorso di visita, è collegato alla mostra sul Legnanino allestita in questo periodo a Palazzo Carignano. Il pittore intervenne infatti anche in questo edificio, firmando gli affreschi negli ambienti del piano terreno.