Un provocatorio saggio dello studioso Montanari contro tour e mostre di oggi "Oggi il contemporaneo chiede solo di essere guardato con 'disimpegno e questo ha contagiato lantico La verità è che storici e critici hanno rinunciato al loro ruolo" ostre ridotte a puri eventi mediatici. Singoli capolavori esposti in giro come testimonial. Storici e critici scomparsi dal dibattito pubblico. Mentre nelle università la bellezza non è più una disciplina, ma una "scienza del turismo". Che cosa è successo alla storia dellarte in Italia? Come è potuto accadere che lo Stato acquistasse un crocifisso quattrocentesco, lo attribuisse con faciltà a Michelangelo, lo portasse in tour alla stregua di una sacra reliquia per poi dimenticarsene? È un grido dallarme dallinterno, il saggio A cosa serve Michelangelo? (oggi in uscita da Einaudi) di Tomaso Montanari, quarantenne professore di Storia dellarte moderna alluniversità Federico II di Napoli. Un jaccuse che mette sul banco degli imputati non tanto - o non solo - la politica e i tagli alla cultura, ma chi questa stessa cultura dovrebbe difenderla, divulgarla, farla parlare. E invece tace. «Perché gli storici dellarte - spiega Montanari - hanno smesso di fare il loro lavoro, dimenticando che non devono rispondere alla loro comunità, ma alla società civile. Hanno reso la storia dellarte una "scienza" ausiliaria del turismo. Per cui lo scopo è produrre soldi. La "morte della critica", comune alla letteratura e alla filosofia, nella storia dellarte è più evidente». Lei parla di tradimento. «Cè una profonda disabitudine degli storici dellarte a schierarsi nel dibattito pubblico. Il vuoto quasi totale che ha fatto seguito allacquisto del Crocifisso "di Michelangelo" lo dimostra. Ci si rintana in un corporativismo estremo, ci si odia in silenzio e cè una forte attenzione a non inimicarsi chi conduce il sistema delle mostre darte antica in Italia. Un sistema malato, che non divulga più, ma che si concentra su pochi grandi artisti». E che produce anche attribuzioni che "drogano" il mercato... «Certo, la dilatazione delle attribuzioni caravaggesche, per esempio, ha a che fare con la fascinazione del personaggio, ma anche con le pressioni del mercato. Quando un quadro passa dal valere 10 mila euro a 10 milioni solo con un nome... ma laspetto peggiore è avallare un acquisto pubblico discutibile». Indica la Soprintendenza di Firenze, la stessa che ha promosso lacquisto del Crocifisso attribuito a Michelangelo, come lepicentro di questo sistema. Perché? «Sono in profondo disaccordo con la Soprintendenza di Cristina Acidini che trovo troppo proclive ad accettare condizionamenti politici. I quadri fiorentini viaggiano ovunque come ambasciatori dellarte italiana, vedi il tour americano della Velata di Raffaello. I grandi soprintendenti, messi sotto contratto, sono schiacciati dalla politica e quindi orientati verso il mainstream della divulgazione culturale. Perdono la maggior parte del loro tempo a organizzare mostre inutili. A Napoli si fa Ritorno al barocco, mentre il barocco nelle chiese crolla». Come deve essere una mostra "utile"? «Deve cercare di ricostruire un contesto, di rimettere a dialogare insieme opere che sono state separate dalla storia. È una mostra che ricrea una complessità, un ambiente mentale. Lattuale panorama delle mostre riporta tutto a una dimensione da top ten, è un continuo "meglio di"». Nel saggio critica anche la mostra La bella Italia, adesso a Venarìa per i 150 anni dellUnità. «La critico perché, nonostante sia dedicata ai 150 anni dellUnità, è stata affidata al direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci: è possibile delegare al Vaticano anche questo? E poi perché non ha un valore scientifico, non cè una ricerca, è pura celebrazione. Gli italiani devono essere spinti a capire che il Paese è fatto di un tessuto artistico non antologizzabile, non esportabile, che lItalia artistica, ciò che fa lunità dellItalia, è il tessuto continuo: quello che cè nelle chiese, nelle campagne, lincrocio tra arte e natura che si è sedimentato nella storia. Lopera darte è sempre un rapporto: con le altre opere con la cultura, la politica e la religione in cui è nata». Scrive che larte contemporanea ha condizionato il nostro accostarci a quella antica. In che modo? «Larte contemporanea chiede di essere guardata con sereno disimpegno. Contano gli "eventi" o i "contenitori". Il Guggenheim di Bilbao è un meraviglioso contenitore, tanto che il suo contenuto risulta assolutamente secondario. Lì è camminarci che è importante, "fare una cosa", più che entrare in contatto con le singole opere. Questo spegnimento del senso critico rende lo stare davanti a unopera darte come guardare la tv. E ricade anche sulla ricezione dellarte antica: ci accostiamo a Giotto pensando di non dover capire niente». Da dove bisognerebbe ripartire? «Si potrebbe pensare a una moratoria di 10 anni sulle mostre e dedicare questo tempo a parlare del patrimonio monumentale stabile delle città. Per quanto riguarda le università, bisognerebbe smettere di insegnare Beni culturali e concentrarsi solo sulla storia dellarte. Insegnarla fin dalle elementari consentendo ai bambini, come diceva Longhi, di imparare larte figurativa come una lingua viva della propria nazione. Il nostro lavoro serve a fare entrare la storia dellarte nella vita di chi si occupa di tuttaltro, e a rendere quella vita migliore».