Musei cult Riapre, dopo due anni, il tempio dell'arte moderna. Grazie a un "miracolo" dell'architetto Taniguchi che ne moltiplica per due gli spazi. In una sinfonia di vetro e acciaio New York C'È qualcosa di antico nel moderno. Sapore di solide tradizioni nel tempio dell'innovazione, della creatività. La nobiltà del denaro che ha fatto grande New York, il club per pochi intimi supermiliardari che ha nei secoli finanziato gli exploit architettonici, artistici, urbanistici della metropoli dei grattacieli, ha riaperto i cordoni della borsa, temporaneamente congelati dall'apocalisse dell'11 settembre. Come i Carnagie, i Vanderbilt, i Mellon, i Rockefeller di un tempo, ha staccato assegni per un minimo di cinque milioni di dollari a testa. E dopo due anni e mezzo di lavori che hanno semiparalizzato il centro di Manhattan, restituisce ora alla città il suo "Modern", ingrandito, imbellito, tirato a lucido. Per dire al mondo che non c'è altro posto al mondo come New York, immenso laboratorio di interminabile palingenesi. E che non c'è altro museo d'arte moderna al mondo come il MoMa, pronto a riaprire i battenti il 20 novembre prossimo sulla 53esima strada. Sembrava impossibile, quando la direzione del Museo di Arte Moderna decise di chiudere temporaneamente i battenti, trasferendo le collezioni permanenti nel desolato quartiere di Queens, che si potesse infilare tra le strutture rigide, affollate, ingombranti dei palazzoni e dei grattacieli della 53esima, la nuova anima del MoMa. Raddoppiarne gli spazi espositivi, restituirle una dimensione architettonica degna degli infiniti tesori che esso contiene. Garantirgli una "cifra" pari per importanza all'imponente, pachidermica presenza del Metropolitan Museum; alla sfida provocatoria e dirompente del Guggenheim. Imporlo all'attenzione di milioni di visitatori come - secondo la definizione del settimanale Time - il "quartier generale della Modern Art Incorporated", ammiraglia mondiale dell'arte moderna: istituzione che fa "canone", che stabilisce chi è dentro e chi è fuori, come e quanto l'arte contemporanea ha diritto di farsi spazio tra i capolavori del moderno. O di starne fuori perché decisamente estranea ai criteri del bello istituzionalizzato. Il miracolo è riuscito grazie alle intuizioni spaziali di Yoshio Taniguchi, architetto nipponico specializzato nel design di musei - prima d'ora sostanzialmente sconosciuto in America - che ne ha fatto un capolavoro del "Modernismo vecchia maniera": una struttura essenziale, lineare, rigorosa, ma insieme maestosa ed elegante che si erge tra 53esima e 54esima, sinfonia cromatica di bianchi, grigi, neri, vetro, acciaio, superfici trasparenti. All'interno un trionfo di nuova luce, che dal gigantesco nuovo atrio di dieci metri di altezza dove si erge l' Obelisco rotto di Barnett Newman apre ampi spazi verso l'alto , fino al cavernoso loft del tetto dove verranno accolti eventi speciali, mostre sovradimensionate, conferenze. E' costato un'enormità il nuovo MoMa. 858 milioni di dollari che i mecenati del Museo cercheranno in parte di recuperare con un inedito biglietto di ingresso, venti dollari, un record (venerdì sera ingresso gratuito, come non pagano i ragazzi al di sotto dei 16 anni). Ma Taniguchi lo aveva detto, al momento di accettare l'incarico: «Se mi date molti soldi creerò una grande architettura, se me ne date molti di più eliminerò l'architettura». Nel senso che pur raddoppiando di volume espositivo, da 35000 metri quadrati del passato ai 58000 attuali; pur consentendo di riportare alla luce ed alla vista centinaia di opere che giacevano nei sotterranei per mancanza di spazio; pur restituendo respiro e importanza allo splendido giardino interno con la famosa capra di Picasso, il New MoMa non sfonda, non squarcia, non altera lo skyline newyorkese. Vi si impone ma senza prepotenze o stupri architettonici. Nonostante il suo nuovo look, il museo rimane nella sostanza un contenitore subordinato ai capolavori dell'arte moderna. Le novità più rilevanti e più interessanti - ha sottolineato la critica specializzata - vengono però dalla rivoluzione copernicana decisa all'interno dai curatori. Se nel vecchio MoMa il percorso era cronologicamente e artisticamente lineare, nel senso che gli artisti e le opere più acclamate occupavano il piano nobile, mentre la "contemporaneità" veniva affrontata in ascesa, verso i piani alti, ora il discorso è stato ribaltato. L'arte contemporanea è esposta in due gallerie al primo piano e di lì si parte a ritroso nel tempo, risalendo la storia della modernità lungo le scale mobili del nuovo museo. «L'idea di Taniguchi era che il pubblico salirà sempre e comunque per vedere i vecchi capolavori, mentre non necessariamente lo farebbe per le opere più recenti», ha spiegato il direttore del MoMa Glenn Lowry. La sequenza di movimento non è inoltre uniforme, la storia dell'arte moderna non viene presentata come una staffetta senza intoppi, da Cézanne, a Matisse, a Picasso. Ma è frammentata e diseguale, offre scarsi appigli al senso di orientamento del visitatore, lasciandogli la possibilità di scegliere il proprio percorso. Un modo, ha spiegato Lowry, «per far capire al pubblico che l'arte moderna si sviluppa in modo complesso, tanto in avanti che lateralmente, che, a volte, anche a ritroso».
Che bel MoMa, vale il doppio
Il Museo d'Arte Moderna (MoMa) di New York è stato chiuso per due anni e mezzo per lavori di ristrutturazione e ha riaperto con un nuovo design. L'architetto Yoshio Taniguchi ha raddoppiato gli spazi espositivi e ha creato una struttura essenziale e lineare che si erge tra le strade della 53esima e 54esima. Il museo ha speso 858 milioni di dollari per la ristrutturazione e ha introdotto un nuovo biglietto di ingresso di 20 dollari.
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