Il libro di Tomaso Montanari parla della metamorfosi «commerciale» del ruolo del patrimonio storico e artistico "C'è un'idea secondo cui l'Italia potrebbe diventare una grande «Disneyland culturale»: ma è davvero a questo che serve il tessuto artistico e paesaggistico che abbiamo ereditato e che stiamo rovinando?». Questo il tema del libro «A cosa serve Michelangelo?» di Tomaso Montanari, edito da Einaudi, di cui pubblichiamo uno stralcio. Il culto dell'arte del passato non è mai stato tanto diffuso quanto oggi. Ma quale storia dell'arte è stata innalzata sull'altare? E chi raccoglie davvero i frutti di questa venerazione: le masse dei fedeli che sciamano nei templi o gli avidi sacerdoti che ne gestiscono i riti? A chi serve, e a cosa serve, Michelangelo? Naturalmente, la mistificazione commerciale della cultura è un fenomeno assai largo e complesso, e non riguarda certo la sola storia dell'arte. Ma la «facilità» e l'«attualità» del linguaggio delle immagini seducono un pubblico vastissimo, convinto di poter accedere alla più alta cultura senza alcuno sforzo. Il presupposto fondamentale è che la storia dell'arte non deve educare, ma divertire. E così, mentre la grande parte del patrimonio artistico nazionale è abbandonata a se stessa, un marketing implacabile costruisce continuamente «eventi» mediatici intorno a pochi oggetti-simbolo capaci di assicurare consenso ai politici locali e nazionali, ritorno di immagine agli sponsors, pubblicità ai giornali ed evasione 'culturale' al grande pubblico. Il più eloquente simbolo di questa situazione è Pompei. Invece di rafforzare le competenze tecniche capaci di assicurare la tutela, si è preferito affidare gli scavi a commissari che ne rilanciassero l'immagine attraverso «eventi» e campagne mediatiche: il risultato è stato il clamoroso crollo della schola armatorum, avvenuto il 6 novembre 2010. Se non capiremo che quel crollo si deve ad una catastrofe culturale, saremo condannati a vederne molti altri. Il degrado del tessuto artistico e paesaggistico che abbiamo ereditato è infatti direttamente connesso al degrado del ruolo che la storia dell'arte gioca nel nostro discorso pubblico: non più sapere critico, strumento di riscatto morale, di liberazione culturale e di crescita umana, ma invece fiorente settore dell'industria dell'intrattenimento «culturale», e dunque fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico. Esiste una vicenda capace di raccontare tutta intera la complessità di questa crisi: ed è quella che ha visto una dignitosa scultura anonima rinascimentale trasformarsi in un capolavoro del massimo artista della nostra storia. È la storia del Cristo «di Michelangelo», che è stato acquistato a caro prezzo dallo Stato italiano ed ha occupato le cronache tra la fine del 2008 e l'autunno del 2009. Credo sia difficile trovare un'altra opera d'arte che sia stata esibita, nel giro di dieci giorni, al papa, al presidente della Repubblica e a quello della Camera; che sia stata portata fisicamente negli studi del Tg1; della quale sia stato progettato l'invio negli Stati Uniti, a solennizzare l'insediamento di un nuovo presidente; che sia stata esposta a Montecitorio; che, per oltre un anno dal suo acquisto, sia stata ininterrottamente protagonista di mostre monografiche da Trapani a Milano; che sia stata sommersa da un paragonabile diluvio di retorica autocelebrativa da parte del Governo, e per opera della stampa tutta. Questa vicenda appare una metafora perfetta del ruolo della storia dell'arte nella società italiana contemporanea: e raccontarla significa parlare di una realtà vastissima, che la trascende di gran lunga. Significa parlare del potere del mercato, dell'inadeguatezza degli storici dell'arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del miope opportunismo dell'università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione. Fu a Napoli che l'equilibrio si ruppe del tutto. Se un nuovo «Michelangelo» arriva sotto il Vesuvio, ci si aspetta che sia esposto a Capodimonte, e che se ne prenda cura il soprintendente: il fatto che, invece, la mostra abbia avuto luogo al Museo Diocesano e che il promotore sia stato il cardinale arcivescovo fa intendere come in città fosse piuttosto arrivato un Cristo. Inaugurandolo, il 7 maggio 2009, il cardinale Crescenzio Sepe e il sottosegretario Francesco Giro non ebbero infatti remore a definire l'evento «culturale e religioso». E, d'altra parte, il presule rivelò candidamente come l'arrivo a Napoli della scultura fosse un «favore» elargitogli da Sandro Bondi (il minimo, dopo che, da capo di Propaganda Fide, Sepe aveva trovato casa a Guido Bertolaso), aggiungendo l'auspicio che si creasse una collaborazione stabile con il Polo Museale fiorentino, che permettesse il prestito di opere eccellenti. Ad una cronista televisiva che gli chiedeva se aspirasse al David (di Michelangelo, suppongo), il cardinale rispose testualmente: «non so se Davide o Golia, vedremo cosa la Provvidenza riuscirà a darci». Quando poi, a dicembre, si riuscì ad affiancare al Cristo Gallino un vero Michelangelo (il Crocifisso di Santo Spirito a Firenze), il commento del porporato evidenziò che, certo, gli studiosi avrebbero potuto confrontare i due pezzi, ma che «non è questo che importa»: il punto era che questo nuovo «evento nell'evento» era «un modo diretto per parlare del mistero di Cristo morto in Croce». Tutto ciò avveniva, si badi, proprio mentre i vescovi italiani contestavano la sentenza della Corte europea sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, sostenendo che la rappresentazione di Cristo in croce «non è solo simbolo religioso, ma anche segno culturale». Ora, non è un po' troppo comodo affermare che il crocifisso è un segno culturale quando si tratta di imporlo nei luoghi dello Stato laico, e invece sostenere che è un simbolo sacro quando si tratta di superare le cospicue riserve culturali relative ad una mostra? La doppia identità, religiosa ed estetica, di gran parte del patrimonio artistico italiano è un nodo assai importante e complesso, e dubito che per affrontarlo giovi strumentalizzarne, a seconda della convenienza, ora un versante, ora l'altro. Nel caso specifico: se si fosse trattato dell'esposizione di un Michelangelo, essa avrebbe dovuto essere organizzata e guidata non da un prelato, ma da un comitato scientifico di storici dell'arte specialisti di scultura rinascimentale. Se invece era una iniziativa pastorale cattolica, è davvero giusto che essa sia stata messa in atto mobilitando un importantissimo capolavoro (il Cristo di Santo Spirito) che appartiene a tutti gli italiani, siano essi cristiani, atei o professanti una qualunque altra fede religiosa? Infine, mi chiedo se sia opportuno rispondere al disperato bisogno di autenticità della città di Napoli «sdoganando» un'opera sulla quale pesano così tanti interrogativi di ordine scientifico e morale, e che - al contrario di quanto detto da Giro durante la vernice - non ha ovviamente alcun rapporto con quel territorio.