IN UNA intervista concessa in anteprima al nostro giornale il prof. Paolo Liverani, ispettore delle antichità classiche dei Musei Vaticani, ci svela alcuni interessanti retroscena sulle ricerche condotte da un team di studiosi intemazionali che ha portato all'allestimento di una mostra intitolata «I colori del bianco. Mille anni di colore nella scultura antica», dal 17 novembre fino al 31 gennaio nella Sala polifun-zionale del complesso museale vaticano. La mostra vuole mettere in discussione il mito della bianca statuaria classica che siamo abituati a contemplare da sempre nei molti musei del mondo? «Paradossalmente a confondere le idee sulla colorazione delle antiche sculture greche e romane fu il grande studioso tedesco Johann Winckelmann nella seconda metà del XVIII secolo. Egli sapeva che le sculture erano colorate, tuttavia riteneva che le opere dei grandi maestri dovesse essere rigorosamente di colore bianco». Per quale ragione proprio il bianco? «Il bianco era considerato il colore perfetto, quello che comprendeva in sé tutti gli altri. Purtroppo le idee di Winckelmann han no fatto scuola per decenni e soltanto in questi ultimi anni si stanno compiendo interessanti passi avanti nell'indagine del colore che ricopriva le sculture classiche». La mostra ha consentito una serie di particolareggiate analisi chimico-fisiche sui pigmenti colorati rimasti su alcune sculture. Nel corso delle vostre indagini quali sono state le scoperte più importanti? «Due sculture hanno rivelato dei dati sorprendenti. La prima è la famosa Kore col peplo ritrovata nell'800 sull'acropoli di Atene. L'uso dei raggi ultravioletti e a infrarosso ha permesso di scoprire sul mantello le tracce di un disegno raffigurante un corteo di cavalieri e di grifi alati. Ciò ha comportato una rilettura dell'intera opera». Sta dicendo che la Kore con il peplo non è una kore? «Esattamente. Quel tipo di disegno indica che ci troviamo non di fronte a un peplo, ma a un cosi detto ependytes o abito cerimoniale usato in Asia Minore per rivestire i simulacri di Atena o Artemide». Nelle indagini è stata coinvolta anche la celeberrima statua di Augusto trovata nella villa della moglie Livia a Prima Porta, lungo la via Flaminia. «Questa è stata un'altra sorpresa. Le analisi chimiche hanno consentito di individuare molte tracce di colore sul marmo e pertanto siamo stati in grado di ricostruirne la colorazione». E allora? «Si è capito che l'ampio mantello dell'imperatore era colorato di rosso, ma non con della terra d'ocra, bensì con un colore vegetale, la lacca di garanza, estratta dalle radici della robbia. Questo particolare pigmento non copriva la lucentezza del marmo bianco e conferiva al tutto una straordinaria brillantezza». Questi colori avevano una loro valenza simbolica, oppure potevano essere adoperati a caso? «È difficile dirlo. Sulla statua di Augusto si è visto che i colori furono rinnovati nel tempo, forse in base al cambiamento di gusto, forse per altre ragioni. Nel II secolo d.C. ad esempio andava di gran moda dorare alcune parti delle sculture come le barbe o i capelli». Possiamo dire che quello degli antichi era un realismo relativo? «Certamente. Le mode cambiavano anche allora e con rapidità. Non c'erano delle regole precise». Un buon motivo per andare ad ammirare questi «colori del bianco». «Quando è arrivata la rivoluzione del colore nella televisione, negli anni Settanta, abbiamo imparato a vedere il mondo sotto una luce diversa. La stessa cosa succede con i colori nella statuaria antica e teniamo conto che anche i monumenti, i templi erano colorati. La cosa è complessa». Stiamo muovendo i primi passi in una nuova branca della ricerca archeologica? «Lo può dire. In futuro ci saranno grandi novità: già la reinterpretazione della Kore col peplo e l'Augusto di Prima Porta ci costringe ad aggiornare i libri di storia dell'arte».