Cosa c'entra la storia dell'arte con l'unità d'Italia? Lasciamo che a rispondere sia Bernardo de Dominici, celebre biografo degli artisti napoletani: «Infatti di questa sola specie di artefici si son vantate le città più illustri e le provincie più gloriose. De' pittori e degli scultori, quasi più che de' filosofi e degli oratori, vantossi l'antica Grecia: e di essi pregiasi oggidì la nostra Italia (per tacer delle nazioni de là da' monti) sempre studiosa delle belle arti. Testimoni Firenze, Bologna, Vinegia, Genova, ed altre illustri città; ciascuna della quali, vantando i pregi de' professori suoi, ed innalzando insino alle stelle le opere eccellenti da essi fatte, invogliarono i loro giovani a seguitare le gloriose vestigie de' Raffaelli, de Correggii, de' Tiziani e de' Michelangeli. Da così illustri essempli fui mosso ancor io parecchi anni addietro a compassionare la sorte di molti antichi pittori, architetti e scultori della nostra patria, i quali, avvegnaché degni di molta lode per le opere da loro lasciateci, giacevano nondimeno nel buio della dimenticanza» (1742). Ed è proprio così: i fortissimi campanilismi artistici non oscurarono, ma anzi esaltarono, la comune identità della «nostra Italia». La rivoluzione italiana di Giotto, la coscienza storica contenuta nelle vite degli artisti «italiani» scritte da Giorgio Vasari, la rifondazione consapevolmente italiana dei Carracci, la pittura italiana di un Luca Giordano sono state tappe imprescindibili del lento cammino che ha portato gli italiani a costruirsi uno Stato unitario. È proprio per questo che la Costituzione repubblicana tutela il «patrimonio storico e artistico»: perché in Italia, come in nessun altro paese, quel patrimonio ha edificato una nazione. Ed è ancora per questo che non possiamo permettere che quel patrimonio sprofondi nel «buio della dimenticanza».