La situazione del Ministero dei Beni culturali si fa ogni giorno più sconcertante: un depresso Sandro Bondi si rifiuta da mesi di mettere piede al Collegio Romano e il tentativo di sostituirlo con Giancarlo Galan è naufragato nelle secche del sempre più difficile rapporto tra le mosse del presidente del Consiglio e la fermezza del presidente della Repubblica. Fin qui tutto rientra nella patologica «normalità» a cui ci ha assuefatto una vita politica perennemente sull'orlo di una crisi di nervi. Ciò che appare inaudito è il passo successivo: e cioè che la nomina del ministro della Cultura venga rinviata sine die, nella più totale indifferenza. Comincia, anzi, a montare il sospetto che non si tratti solo di negligenza. Le esternazioni di Giulio Tremonti sulla «cultura che non si mangia» e le scomuniche dei vari Brunetta e Bondi nei confronti di un settore avvertito come quintessenzialmente antiberlusconiano possono indurre a temere che il governo sia animato da una volontà punitiva, o addirittura da un desiderio di rimozione radicale del problema «cultura». Quasi che il modo di affrontare la «sindrome di Pompei» che attanaglia il patrimonio storico e artistico del Paese sia quello di non raccogliere la sfida, fingendo di non vedere e non sentire. Se si pensa al crescente peso politico della Lega non è da escludere che questa progressiva ritirata dello Stato centrale non sia affatto una conseguenza accidentale di uno stato di confusione, ma una tappa tattica di quella devoluzione regionale della tutela che è stata, d'altra parte, ampiamente preparata da governi di destra e di sinistra. Di fronte a una prospettiva di questo genere occorre ricordare che una simile forma di grave disimpegno istituzionale rischia di assomigliare sempre di più ad una vera e propria diserzione: degno coronamento del pluridecennale svuotamento dell'organigramma e dei poteri del ministero. Se a Firenze il destino del Maggio e la sorte dei grandi Uffizi (per non citare che due esempi) sono strettamente legati alla presenza di un ministro della Cultura forte e autorevole, in molte altre parti d'Italia la presenza o l'assenza di quella stessa guida politica e istituzionale può determinare la sopravvivenza o la morte di parti importanti del patrimonio monumentale pubblico. C'è qualcosa di peggio di un cattivo governo: ed è la totale assenza di governo. Il patrimonio artistico italiano non merita di perire nell'anarchia.