Dal senatore al Senato: l'affare d'oro Dal crac alla cricca dei grandi appalti coi passaggi pilotati dall'ex parlamentare Franco Righetti Alla fine ogni senatore sarà costato allo Stato (cioè a tutti noi) 267mila euro. Quelli necessari per comprare e ristrutturare un palazzo nel centro di Roma e ricavare uffici per i parlamentari. Un palazzo che ha una storia che parte da Viareggio: faceva parte del fallimento della Sec, storico cantiere mercantile della Darsena, e fu rilevato per meno di cinque milioni nel 2002. Un anno dopo il Senato lo comprò a quasi il doppio: nove milioni di euro. Nel frattempo cosa era successo? Apparentemente niente: l'immobile, 2.500 metri quadri divisi in 11 appartamenti, era sempre in cattive condizioni. Ma sotto la superficie, negli uffici dei notai, tante cose erano cambiate, con un giro di contratti e passaggi di quote che ruotava intorno a un senatore romano, Franco Righetti. Una vicenda che recentemente i Radicali, attraverso il loro segretario Mario Staderini, hanno riportato alla luce. Legandola anche alla cosiddetta "cricca" dei grandi appalti. L'asta. La vendita di uno dei pezzi dell'impero che fu di Renzo Pozzo (vedi box a lato) avvenne a Lucca il 13 dicembre 2002. A passare di mano furono le quote della Finpai, società del gruppo che aveva in portafoglio l'immobile a due passi da Palazzo Madama: quattro piani, più un attico e un seminterrato. Ad aggiudicarselo, come unico offerente, fu la società Agropoli srl per 4.750.000 euro. Una quotazione di circa 2.000 euro al metro quadro: circa un quarto dei valori correnti a Roma (anche se le condizioni del palazzo non sono buone). Legale rappresentate della società è Giuseppina Malerba, socia in affari del senatore Franco Righetti. I passaggi. Quest'ultimo, imprenditore romano, ha una lunga e variegata militanza nei partiti di centro: eletto con il Ccd nel 1994, nel 2001 tornò in Parlamento (al Senato) con la Margherita. Salvo passare, a metà legislatura con l'Udeur di Mastella. A fine 2003 Righetti è però anche socio di maggioranza della Immobiliare Goldoni srl: la società alla quale, sei giorni dopo l'asta, viene intestato l'immobile. Intanto, nei corridoi della politica, si comincia a vociferare dell'interesse del Senato (presieduto a quell'epoca dal lucchese Marcello Pera) all'acquisto del palazzo di largo Toniolo. Ad agosto 2003, Righetti vende le sue partecipazioni: parte a Massimiliano Piacentini, parte a Riccardo Lucarini, impiegato, già socio con l'1 della Goldoni. Il Senato compra. Quattro mesi più tardi il contratto con il Senato è realtà: come reali sono i circa 9 milioni che Palazzo Madama sborsa per comprare i 2.500 metri quadri. La cifra di 12 mesi prima, insomma, si è quasi raddoppiata. Quattro giorni più tardi, nuovo colpo di scena: Righetti torna in possesso di parte delle quote della Goldoni che aveva venduto. Un'operazione stigmatizzata, tra l'altro, dal tribunale civile di Roma. Che, decidendo nel 2004 su un sequestro conservativo ai danni di Righetti e considerando la cessione delle quote dal senatore a Piacentini e Lucarini, parla di «non poche perplessità», visto il basso reddito di questi ultimi due e, dall'altra parte, gli oltre due milioni che avrebbero sborsato per comprare le quote. Insomma, il dubbio del giudice è quello di una vendita fittizia. I lavori. Fatto sta che il Senato si ritrova con migliaia di metri quadri nel centro di Roma. L'idea è di destinarli a uffici e sale di rappresentanza per non meno di 70 parlamentari, che potrebbero contare anche su un parcheggio per i motorini. C'è bisogno, però, di un cambio di destinazione d'uso, da residenziale a direzionale. Il Comune di Roma, guidato allora da Walter Veltroni, fa muro. Ma quando Veltroni si dimette per sfidare Berlusconi alle politiche, il commissario prefettizio Mario Morcone (attuale candidato del Pd come sindaco di Napoli), concede con un blitz l'agognato permesso di ricavare uffici. Intanto il Cipe (anno 2006, poco prima delle elezioni) aveva deliberato di stanziare 10 milioni per i lavori di recupero e adeguamento: soldi che, sommati ai 9 milioni dell'acquisto e divisi per 70 senatori, portano ai 267mila euro di cui sopra. Ma le "coincidenze" non sono finite. I lavori vengono assegnati, con procedura secretata, dal provveditorato delle opere pubbliche. Che, in quel periodo, aveva a capo Angelo Balducci, uno degli indagati per gli appalti del G8. E un altro degli indagati, l'architetto Angelo Zampolini, compare come progettista dell'intervento. Perché le coincidenze, in Italia, non finiscono mai. E il cerchio si chiude.