Una manifestazione di studenti in piazza della Loggia a Brescia contro la riforma Gelmini della scuola La figura di Erasmo da Rotterdam (1466-1536), principe degli umanisti riabilitato all'ortodossia cattolica nel 1688, è rimessa in luce da un maestro di storiografia, Adriano Prosperi della Normale di Pisa, nell'introduzione ai Colloquia erasmiani (inclusi, con il famoso Elogio della Follia, in un volumetto dei Classici del Pensiero di Mondadori). «Erano più di quattrocento anni», scrive Prosperi, «che i lettori italiani non avevano la possibilità di leggere nella loro lingua l'opera più popolare e diffusa dell'educatore olandese, riproposta in più di cento edizioni mentre egli era in vita. Ventiquattromila copie ne uscirono a Parigi, nel 1527». Questi riferimenti bastano a far apprezzare l'occasione di ascoltare, anche sul tema della scuola, la voce sommessa di Erasmo, che riesce a «parlare di cose importanti con tono quotidiano e scherzoso». Alla foga di Lutero, che denuncia il diffondersi della corruzione, Erasmo, conscio della crisi, ma nemico d'ogni violenza, contrappone toni di sapienza e ironia, senza stancarsi di esaltare, anche nei suoi Colloqui, la «libertas evangelica». Era d'accordo con Lutero, nel distinguere certe dispersive pratiche rituali dal cristianesimo genuino; ma Lutero finiva col proporre solo la fede senza protezioni clericali; mentre Erasmo, incline alla bonomia meditativa, non impulsiva, mirava a conciliare la nuova religio (paragonata da Wittgenstein all'«acqua che scorre nei Vangeli calma e limpida») con la pietas antica, in cui si possono avvertire voci di quella coscienza che Newman, nell'Ottocento, ha considerato «il primo di tutti i vicari di Cristo». Erasmo dedicò i Colloqui a Erasmio Froben, che nel 1529 aveva 14 anni e mostrava scarso interesse per lo studio. Nel dialogo sull'apprendimento il personaggio che dà voce al maestro ricorda all'allievo pigro il motto di Isocrate: «Se tu fossi uno che ama conoscere, saresti uno che conosce molto». Tutto il discorsetto è intonato alla benevolenza di un grande educatore che, come tutti i più dotati di spirito di tolleranza, mirava a conciliare il cristianesimo con la pietas antica in cui si possono apprezzare, come dirà Simone Weil nel Novecento, preziose «intuizioni precristiane». ERASMO, insomma, aveva capito che importa soprattutto allargare l'attenzione, uscire dalle strettoie convenzionali, nazionalistiche, ideologiche che possono precludere l'apprezzamento di voci diverse ma meritevoli d'ascolto, non di spregio fanatico. Così, nel colloquio intitolato Inquisizione (pubblicato nel 1524, quattro anni dopo la condanna di Lutero) i due interlocutori, rifacendosi a san Paolo, sono d'accordo nel riconoscere che «non c'è niente di più santo che stare dalla parte degli eretici»: nell'intento di capire e soccorrere alla maniera del samaritano, invece che guerreggiare e uccidere. In parole povere, Erasmo ha difeso il diritto primario del maestro di scuola, d'ogni scuola, che non è quello d'indottrinare costringendo, ma di educare convincendo, perché gli allievi crescano senza lasciarsi condizionare da forzose sollecitazioni pragmatiche di qualsiasi marca. Al momento è innegabile che La formazione cristiana dell'uomo (come dice il titolo del libro su Erasmo, edito da Rusconi, curato con intelligenza appassionata da Edilia Orlandini Traverso) sia abbastanza ignorata, travisata e deprezzata nell'ambito della società tecnologica, sempre più insofferente di tutto ciò che non rientra nelle esigenze del consumismo come fattore economico divenuto sacrosanto. In questa situazione, il pericolo più preoccupante è costituito dalla progressiva adeguazione a una mentalità volta allo sradicamento delle strutture etico-sociali che regolano lo sviluppo della vita. A cominciare da quelle della nostra scuola, che è stata «riformata» frettolosamente, con una mancanza di cautela che contrasta con la Costituzione vigente che, all'articolo 3, affida alla Repubblica il «compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana». Gli ostacoli economici e sociali inerenti alla scuola non sono stati rimossi per nulla. Come scriveva ieri Salvatore Settis «la scuola pubblica viene continuamente depotenziata tagliandone personale e risorse». L'articolo 33 della Costituzione dice che «la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi: enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione» ma «senza oneri per lo Stato». Quest'ultima precisazione si ricollega alle poco note parole di Erasmo: «Schola aut publica aut nulla». L'umanista «sottolinea la funzione pubblica, auspicando l'intervento dello Stato nella scelta e nel mantenimento del corpo docente» (E. Orlandini Traverso), che nella nostra Repubblica è impegnato a garantire a tutti i figli dei cittadini una formazione culturale democratica, pluralistica, che li salvaguardi e non li riduca a quella «massa ignorante» (così precisa Erasmo al par. 8.5.9 del suo Manuale del 1503) «che non sa altro all'infuori di quello che le propinano» i vari addetti alla persuasione. Questo pericolo del condizionamento ideologico-politico dal Cinquecento a oggi non è diminuito affatto. Le più diverse forme di autoritarismo sono state resi possibili anche dal «tradimento dei chierici», che non hanno saputo difendere le istituzioni scolastiche dal predominio politico imposto a masse popolari asservite. Così le varie propagande autoritarie (come ha sostenuto Hannah Arendt) hanno fomentato tendenze dannosissime paragonabili a malattie debilitanti, che solo la cultura rivolta al bene comune può riuscire a curare applicando intelligentemente il metodo della democratica Scuola aperta di cui tratta un prezioso libro di Aldo Visalberghi (La Nuova Italia), ancora attualissimo per chi voglia orientarsi nel territorio della scuola del nostro Paese, or ora riplasmata in fretta, in notevole disaccordo con i principi costituzionali. Mentre i caldeggiatori meno lucidi della così detta «riforma» si trastullano, in attesa di consultare un ipotetico verecondo trattatello sulla «pedagogia del bunga bunga», si spera che non sfugga, almeno ai maestri di scuola che continuano a fare il loro dovere, l'occasione di leggere il libretto intitolato Per la scuola (Sellerio) che raccoglie tre eccellenti scritti di Piero Calamandrei. Nell'introduzione, Tullio De Mauro dice l'essenziale per capire che il nostro guaio è costituito dal fatto che (indagine del 2008) «soltanto un po' meno del 20 per cento degli italiani adulti mostra di possedere gli strumenti minimi indispensabili per orientarsi in una società contemporanea». Domanda: se la cultura decresce, cresce la democrazia? Gian Luigi Verzellesi