Salvatore Gregorietti affrescò casa Verderame a Licata con motivi che richiamavano quelli scelti da De Maria Bergler per Villa Igiea Il merito del libro è quello di adottare uno sguardo orizzontale capace di ricostruire tutti gli aspetti della cultura dellepoca Un volume svela gli esempi architettonici meno noti di uno stile che ha intrecciato la Sicilia dello zolfo con quella delle grandi città Un viaggio da Messina a Vittoria SERGIO TROISI A QUANDO - era il 1971 - Leonardo Sciascia rievocò il suo ricordo di una Palermo «piccola capitale dellart nouveau» in una definizione tanto celebre quanto inflazionata, il liberty siciliano è stato oggetto di una rivalutazione storiografica e di una divulgazione talmente diffuse e capillari da poter diventare, esse stesse, tema per una indagine di sociologia del gusto. Aldilà dei fuorvianti toni celebrativi in chiave locale che ancora talvolta echeggiano (Palermo come Barcellona, Basile come Gaudì o Horta) il fenomeno ebbe tuttavia nellisola caratteri ampi ed estesi non soltanto ai centri maggiori (lo stesso Basile allapice della sua fama firmò daltronde progetti per Licata e Ispica), e la sua penetrazione in contesti sino a poco tempo prima identificati senzaltro da una dimensione agricola e feudale - mentre il liberty era sigla dichiarata della modernità urbana - accompagna un processo di trasformazione della Sicilia evidente nei decenni posteriori allUnità. Una fase irta di contraddizioni anche stridenti, come dimostra la feroce repressione seguita alla costituzione dei Fasci che di quel processo di mutamenti era una componente fondamentale. Il merito principale di una pubblicazione come "Arte e architettura liberty in Sicilia" (a cura di Carla Quartarone, Ettore Sessa ed Eliana Mauro, Grafill, 614 pagine accompagnate da 14 fascicoli di itinerari di visita) è quello di avere adottato uno sguardo orizzontale: senza fare perno su nomi ed emergenze ampiamente indagate e pubblicizzate e ricostruendo attraverso una ricca serie di contributi che esplorano tutti gli aspetti della cultura isolana del tempo un contesto affollato di episodi architettonici e decorativi certamente minori e tuttavia indicativi di un clima e di un gusto. Va da sé che il termine liberty in questottica è adoperato in chiave estensiva: sia cronologicamente, assorbendo cioè al suo interno da un lato i momenti della tradizione eclettica ottocentesca che ebbe un ruolo cruciale nella nascita del modernismo e dallaltro la lunga fase epigonale e la successiva articolazione déco; sia qualitativamente, riconoscendo cioè come liberty edifici che del modernismo art nouveau presentano soltanto pochi stilemi (larricciarsi di un elemento a nastro per una finestra o un balcone, leleganza di una decorazione a stucco) sovrapposti a una concezione costruttiva saldamente tradizionale. In un simile contesto di indagine, questo conta tuttavia relativamente, perché laccento cade invece su altri fattori: la diffusione dei nuovi codici formali attraverso le riviste, la loro adozione da parte degli architetti, la committenza degli istituti bancari, limportanza degli edifici pubblici (uffici postali, scuole, municipi), le rinnovate tipologie abitative delle ville unifamiliari dei ceti emergenti della borghesia imprenditoriale o delle cariche amministrative, e ancora alberghi, stabilimenti balneari, stazioni ferroviarie, cinema, caffè e teatri, arredi urbani, monumenti commemorativi e funerari. Una geografia talmente fitta che è impossibile riassumere se non citando alla rinfusa oltre gli esempi più acclarati: gli edifici della Dogana progettati da Lo Cascio per la Messina del dopo terremoto nel 1914, i motivi floreali della abitazione progettata da Salvatore Battaglia a Vittoria del 1913, il prospetto dellOreficeria Restivo a Enna (1926), le decorazioni di Casa Verderame a Licata affrescata da Salvatore Gregorietti nel 1903 con motivi alla Mucha simili a quelli adottati da De Maria Bergler per il salone di Villa Igiea, il Palazzo delle Poste di Catania, una delle architetture più rappresentative di Francesco Fichera (1919); e ancora il Teatro Sangiorgi sempre a Catania (1900, Giuffrida, Florio e De Gregorio) in particolare nella tesa linearità dellambiente del foyer, le mensole in ferro battuto della pensilina delle stazione ferroviaria di Caltanissetta (1921) e, già con presentimenti di déco, la Galleria Vittorio Emanuele di Messina di Puglisi Allegra (1919) e la sala del cinema teatro Massimo di Palermo di Giovanbattista Santangelo (1921). Se non altro attraverso il littering di targhe e insegne, non cè quasi centro urbano della Sicilia che tra il 1890 e il 1930 non recepisca le sinuosità nervose e leleganza stilizzata di matrice modernista, magari innestandole su una più antica pratica decorativa genericamente ottocentesca che talvolta - è il caso di molte cittadine della parte orientale - senza fratture rimodula motivi addirittura tardobarocchi. In questa ricezione del moderno, la Sicilia dello zolfo si intreccia con quella della grande aristocrazia e della mondanità internazionale, quella del vino con quella della piccola nobiltà di provincia, quella delle città in espansione con le terre demigrazione. Lepopea della modernizzazione nonostante tutto (nonostante lincompiutezza e la marginalizzazione economica evidente già allo scoccare del primo decennio del Novecento) ha insomma nella grammatica liberty il suo codice visivo anche in tempi sincroni e non ritardati rispetto alle altre esperienze europee ma prolungati anche quando, in tutta Europa, le tensioni storiche e sociali hanno da tempo altri e più appropriati interpreti. Questo tessuto connettivo di piccoli maestri e di maestranze artigiane - ebanisti, stuccatori, tipografi, intagliatori, scalpellini, mosaicisti - che rivedono il loro repertorio abituale sulla base delle indicazioni progettuali e del motivo della integrazione tra le arti che è lideologia di fondo dellart nouveau, ma non di rado semplicemente attraverso le fonti di giornali e riviste, è probabilmente laspetto più interessante del libro, e spiega indirettamente perché non poche opere di quei decenni ci siano giunte anonime a dispetto della loro flagranza modernista, come - altro esempio famoso - linsegna musiva del Panificio Morello al Capo (che peraltro, a dispetto della sua notorietà, continua a perdere tessere). Riletta attraverso questo filtro, quella stagione perde così il suo carattere di mitologia consolatoria per diventare un territorio di analisi che investe in primo luogo lambito del gusto. Il fatto che quei formulari abbiano avuto nellisola una lunga coda spesso in traduzione vernacolare denuncia semmai la stagnazione economica in cui la società siciliana intorpidisce per gran parte del periodo tra le due guerre, affidando a quel che rimane del liberty la rappresentazione esteriore di una modernità frustrata.