Si pensava che le carceri fossero solo nei sotterranei. Oggi si riscopre, al secondo piano, uno dei più suggestivi monumenti dell'Unità d'Italia Mantova, svelato il segreto del Castello di San Giorgio MANTOVA Almeno le ultime tre generazioni di mantovani hanno creduto che le carceri dei martiri di Belfiore fossero nei sotterranei del Castello di San Giorgio, come ha tramandato una distratta memoria; e non al secondo piano, intorno e sopra la Camera degli Sposi, assoluto capolavoro di Andrea Mantegna. Si va così con raddoppiata meraviglia e stupore a visitare un autentico monumento della storia d'Italia (su prenotazione fino al 29 maggio e con espertissime guide il 26 e 27 marzo in occasione delle Giornate del Fai); mentre viene spontaneamente da chiedersi come mai si tenga tanto segreto un luogo che offre, oltretutto, e paradossalmente, il più suggestivo, inedito, spettacolare panorama del lago e della città. Quarto caposaldo del Quadrilatero austriaco, Mantova era stata adibita a unico e affollatissimo carcere per i detenuti politici di tutto il Lombardo Veneto, distribuiti fra le prigioni della Mainolda, del palazzo del Podestà, la Torre del Vaso a porta Cittadella, il convento di San Domenico, il Castello di San Giorgio. Il più sicuro, perché circondato dal fossato difensivo; e perché sistemato all'ultimo piano della poderosa fortezza costruita da Bartolino da Novara nei primi anni del 1400, trasformata in residenza di Ludovico Gonzaga nel 1459, ingioiellata con la Camera degli Sposi nel Sorpresa Le carceri dei martiri di Belfiore al secondo piano del Castello di San Giorgio, intorno e sopra la Camera degli Sposi nel 1474, e per un altro secolo abitata da Isabella d'Este, il figlio Federico, il nipote Guglielmo. Fino a quando l'appartamento al primo piano ospitò gli ispettori di polizia di Francesco Giuseppe; e al secondo, attraverso labirinti di corridoi, anfratti, guardiole e latrine, le stanze dove si svolgevano i processi, la «camera della bastonatura», l'infermeria, il «camerino dei morti» lasciati distesi su un tavolaccio «fin quando i segni fisici della morte saranno evidentissimi, per essere certi che non si tratti di finzione a mezzo narcotici», le carceri per le donne e quelle degli uomini, e quella di Attilio Mori proprio sopra la «Camera Picta»: una delle poche non visitabili. Per ragioni di sicurezza, si pensa . Al tempo dei Martiri (1852-53) le stanze a volta, a vela, a travature di legno, con lunettoni e camini, finestre a doppia grata, magazzini, garitte, cucine, erano state ricoperte da una mano di calce. Ad eccezione, sull'alto della torre con due lati che guardano il lago, uno la piazza del Castello l'altro la corte Vecchia, della «Sala di Ercole» magnificamente affrescata: al centro della volta il mitico, nudo e muscoloso eroe con la clava e il motto del principe Ubique fortis; intorno, i segni dello zodiaco, figure mitologiche, un elefante montato da un bambino; ai quattro spigoli, rocce e castelli; nelle mezze lune, scene campestri, la caccia, la pesca. Stanza destinata ai ricevimenti e alle feste gonzaghesche, con vista sbalorditiva sull'intrigante disegno dei tetti di Palazzo Ducale, la cupola di Sant'Andrea, le torri della Gabbia e dello Zuccaro, il campanile di Santa Barbara, i merli di palazzo Bonaccolsi, gli apostoli e i santi in cima alla facciata del Duomo, indifferenti e bianchi angeli volanti nel cielo. Non fosse per la presenza di due grossi anelli di ferro al bordo del pavimento ai quali erano fissati «i ceppi», le catene che legavano mani e piedi dei carcerati; tranne che per l'unica ora d'aria giornaliera, quando potevano camminare avanti e indietro sul pavimento di cotto, spingersi contro il muro per grattare segni, disegni e scritte; o addirittura, come nella «Sala dei nastri» dalla volta a vela e gli affreschi isabelliani nella quale era stato rinchiuso Tito Speri, incidere sull'orlo del bancone di marmo della finestra «Viva l'Italia» e ramoscelli con piccole bacche rotonde e piccole foglie bislunghe: forse l'alloro, forse l'ulivo. Imprigionati e condannati nel Castello di San Giorgio, i Martiri trascorsero la notte precedente la fucilazione o il capestro dentro celle per l'occorrenza allestite nel convento di Santa Teresa, assistiti e accompagnati al patibolo nella paludosa valletta di Belfiore sul lago Superiore da monsignor Luigi Martini, che invano implorò a Francesco Giuseppe la grazia di una sepoltura in terra consacrata. Indegni di pietà, persino di quella di Dio erano stati infatti considerati gli undici Martiri accusati di «alto tradimento»:raccolta di armi per attuare l'insurrezione, assalto e presa del Castello, progetto di assassinare l'imperatore durante una sua visita a Venezia; e dal momento che vi facevano parte due sacerdoti, il giovanissimo Giovanni Grioli e lo spericolato Enrico Tazzoli, è in queste carceri anche la Sala del Custode, convertita in cappella per il rito della sconsacrazione per ordine del papa e mano del vescovo Giovanni Corti: presenti Girolamo Custoza cancelliere della curia, don Vincenzo Somieri cerimoniere vescovile monsignor Martini cappellano del carcere, l'auditore militare capitano Kraus, il capitano Loy. Scrive monsignor Martini che, il giorno dei processi, la città si fermava attonita, in attesa della sentenza, mentre la sera del trasferimento dal Castello al convento tutte le finestre della piazza affacciata sul palazzo ducale rimanevano chiuse: «per dolore, lutto e terrore». Evento Fai Centocinquanta come i 150 anni dell'Unità italiana. Sono quei luoghi che, sui 660 aperti in occasione della Giornata Fai di Primavera 2011, sono dedicati al Risorgimento «per consentire agli italiani di scoprire e riscoprire gli eroi a cui dobbiamo la nascita della nostra Patria. Le carceri dei martiri di Belfiore nel Castello di San Giorgio a Mantova (ingresso Esedra di piazza Castello) saranno aperte con visite guidate del Fai sabato 26, ore 14.30-17.30 e domenica 27, ore 10-12.3014.30-1 7.30 .