E sollecitato dalle perorazioni del maestro Muti. In men che non si dica ecco porsi in concorrenza il bilancio della Difesa, che pure abbisogna di recuperare tagli per allestire basi e muovere navi e aeroplani, esigenza obbiettivamente più urgente che non portare in scena opere e concerti. Eppure, assicurare lossigeno alla vita musicale in cronica asfissia resta una esigenza e tale resterà, pure se il ministro tirerà fuori un qualche palliativo, tanto per non perdere la faccia. Occorrerà per forza che Scala, San Carlo, Santa Cecilia e tutti gli altri cerchino diversità di sostegno, magari facendo ricorso a quella "finanza creativa" la cui filosofia fu attribuita, a torto o a ragione, proprio a Giulio Tremonti. Ne anticipò una in tempi remoti limpresario più famoso della storia del melodramma, Domenico Barbaja milanese napoletanizzatosi al punto che la targhetta sottostante il suo ritratto nel Museo Teatrale della Scala lo dà per nato a Napoli ove è invece soltanto vissuto e vi morì nel 1841, in una villa di Posillipo che ancora porta il suo nome. Era il 1805 quando nella Milano governata dai napoleonici, chiese ed ottenne di affiancarsi allimpresario della Scala e sperimentare nel ridotto del Teatro, ove già i palchettisti sintrattenevano giocando al Faraone, un nuovo gioco importato dalla Francia, la roulette. Quattro anni dopo ottenne lappalto del San Carlo da Gioacchino Murat, che nel 1908 era diventato re di Napoli e subito vi impiantò il diabolico piatto rotante con pallina, numeri rossi e numeri neri. Glielo consentiva il contratto controfirmato dal ministro degli Interni, che concedeva allimpresa del Teatro " la privativa de giochi dazzardo di carte, palle e numeri." Con i proventi dei giochi, alla cui gestione cointeressò Gioacchino Rossini che lo affiancava come "direttore della musica", Barbaja fece del San Carlo il primo teatro dEuropa, con orchestra, ballerine e cantanti deccellenza, costruendo un primato durato sino al 1840 quando si ammalò e lanno successivo morì. Perché ricordarlo? Perché oggi, con lo Stato che taglia e ritaglia i finnziamenti, si potrebbe sopperire tornando in qualche modo allantico. Non certo mettendo nel San Carlo o nella Scala un casinò, ma percorrendo la strada ormai dilagante dei giochi e delle lotterie che lo Stato affida per la gestione alle sue concessionarie Lottomatica e Sisal: Lotto (tre estrazioni la settimana) Enalotto, Superenalotto, Totocalcio, Totogol, Totosì, Gratta e vinci, Win for life, Free roll, Bingo, Skill games, elenco approssimato per difetto e senza contare le lotterie ormai desuete e le sempre vive scommesse sportive, corse di cavalli, dauto, di moto. Inventarsene unaltra non sarebbe poi così difficile, un "gratta suona" o un "Win for music" che destini gli introiti al sistema musica. Nei Consigli di amministrazione di teatri e istituzioni concertistiche potrebbero entrare i rappresentanti della Società di gestione, il che è conciliabile con lattuale ordinamento delle Fondazioni. Una proposta che in altri tempi sarebbe sembrata una provocazione, oggi appare come una vera e propria idea, e neanche tanto cattiva.