Lettera di un giovane archeologo marsalese Un Parco archeologico, quello di Capo Boeo, all'interno del quale i giovani ricercatori e gli archeologi che vi prestano la loro opera, hanno poca possibilità di esprimersi, mettendo a frutto i loro studi. A dirlo, è Davide Del Puglia, stanco di un certo andazzo che amplifica le sempre eccellenti scoperte ma che non va oltre quello che le istituzioni decidono di pubblicizzare. «Di straordinario nel Parco archeologico - dice - vi sono cose che non necessitano di alcuno scavo per esser osservate: certamente il numero di dichiarazioni e di buoni propositi enunciati da parte di chi ne detiene la potestà scientifica, politica e progettuale senza che poi ad esse siano seguiti tangibili risultati. Da un decennio si susseguono bandi pubblici e saggi di scavo che coinvolgono sempre gli stessi professionisti. E' chiarissimo che siamo di fronte ad una zona ad altissimo potenziale archeologico, dove però di eccezionale vi è l'incuria e l'abbandono in cui versa il Parco; eccezionale è la limitatezza delle aree scavate, dovuta anche ad un mancato coinvolgimento di altri archeologi, che avrebbero potuto ampliare le zone indagate». Secondo il dottor Del Puglia, dunque, il voler aver sempre la direzione, il controllo sui lavori, non contribuisce ad uno scambio di opinioni sempre utile per avvicinarsi il più possibile alla giusta interpretazione delle evidenze. «Mi è stato riferito di tesi di dottorato sulla città che sono ferme da anni perché non si concede al dottorando di accedere al materiale, che essendo inedito - aggiunge - viene gelosamente custodito. I giovani archeologi, con competenze e conoscenze avanzate circa l'uso delle moderne tecniche di indagine archeologica, geofisica o di interpretazione dei dati attraverso software avanzati, sono costretti a rimanere al margine della ricerca, occupandosi spesso di tutt'altro. Davvero adesso basta, largo alle nuove idee ed alle nuove generazioni, che forse, potrebbero far meglio, se solo ne avessero l'opportunità». 20032011