Il critico darte Daverio: il resto del Paese questi investimenti non li ha fatti e la differenza sè vista in questi giorni Quando arrivi a Torino respiri un passato, se visiti Pienza ti pare che tutto sia stato costruito da poco «Non si era mai vista una simile concentrazione di arte» ha detto ieri mattina il presidente Napolitano, ospite della Reggia di Venaria e in visita alla mostra "La bella Italia". Ma non cè solo lex residenza di caccia dei Savoia, lofferta culturale di Torino e dintorni è in questi giorni di celebrazioni dellUnità davvero straordinaria. Che cosa ne pensano gli esperti da fuori città? Labbiamo chiesto a Philippe Daverio, conduttore della trasmissione "Passe partout" e attento analista, da oltre Ticino, di fenomeni storico artistici e di costume. Daverio, qui da noi si sono riaperti in pochi giorni due musei, del Risorgimento e dellAutomobile. Si è ricostruito il primo Senato del Regno a Palazzo Madama, le ex officine dei treni ospitano mostre sulloggi e sul domani di grande attrattività, per tacere delle esposizioni darte. Come vede questo gran fermento? «Guardi, le dico subito che nelle immagini sui 150 anni che passavano in televisione il confronto tra Torino e Roma era schiacciante a favore della prima. Da voi si è vista la qualità, avete fatto una bella figura, nella capitale si provava una grande mestizia nel vedere i giornalisti costretti a inseguire il sindaco Alemanno. Daltronde, Torino non sarà la centrale dellallegria mondiale, ma da circa 15 anni ha optato per un riordino senza dubbio tra i migliori dItalia. Dopo avere sepolto il 'faraone, la città è rinata. Si è posta il problema di come affrontare il futuro, pensando di poter svolgere una funzione cultural museale. Il primo simbolo della rinascita è stata lapertura della Mole con il Museo del Cinema, poi si è andati avanti per quella strada. Sono arrivate la mutazione del ruolo del Lingotto con lauditorium e la volontà di dare rilievo ai materiali storici». Venendo alloggi, crede che per la '"bella figura" torinese sia stato determinate il fatto che qui la ricorrenza dellUnità è più sentita che altrove? «Su questo ho qualche dubbio, perché il gran sventolare di bandiere ha più a che fare secondo me con la retorica e il sentimento che con la storia. Se chiedi ai francesi che cosa è successo il 14 luglio 1789 lo sanno, quanti italiani conoscono che cosa è avvenuto il 17 marzo 1861? Si sentono a questo proposito tante banalità e nessuno pensa di interpellare gli storici, si dà la parola a gente di spettacolo, come Benigni, il cui intervento a San Remo ho trovato francamente orribile. E stato invece esemplare, ancora da voi, il presidente Napolitano. La sua è una presenza importante nella perdita generale di credibilità del paese». Ma alla fine questo Piemonte e questa Torino le piacciono? «Il mio è un curioso rapporto di ammirazione e diffidenza. Provo affetto per la 'muffa, ovvero il tentativo di lavorare sul passato un po megalomane dei Savoia, una monarchia un po da operetta - di questo aspetto mi occuperò in autunno in un paio di trasmissioni di 'Passe partout- con una volontà molto forte di apparire. Apprezzo molto la presa di coscienza della cultura di Torino e del Piemonte e commovente il recupero delle residenze, avvenuto grazie alla generosità soprattutto delle fondazioni bancarie. Per concludere, lesaltazione della "muffa" è un dato positivo, se arrivi a Torino respiri un passato, se visiti Pienza ti pare che tutto sia stato costruito da poco». E la diffidenza? «E legata al fatto che il Piemonte è lunica regione che non ha mai avuto una prima di Verdi, perché è altro dal resto dItalia. Usciamo dallambiguità e rispettiamo le stratificazioni, voi siete passati attraverso le tradizioni barbariche che hanno portato alla monarchia, non, come il resto del paese, dai comuni. Siete savoiardi e borgognoni e così, proprio perché non veri italiani, invece di sperperare i soldi avete investito con intelligenza sulle vostre risorse, con il risultato di unofferta culturale interessante e di alta qualità. Che cosa trarrete non lo sappiamo, ma gli investimenti in cultura sono a medio e lungo termine, per questo il resto del paese non li ha fatti».