Un'altra scomparsa, un'altra morte; un ennesimo necrologio annunciato. Un pezzo di Villa Lauro Lancellotti, un altro tassello del Miglio d'Oro, se ne va. Le ragioni sono sempre le stesse: incuria, abusi, enti di tutela fondati da quarant'anni, letteralmente: è del 29 luglio 1971 la legge che istituiva l'Ente perle Ville Vesuviane, un Consorzio tra lo Stato, la Regione Campania, la Provincia di Napoli e i Comuni Vesuviani. Come si legge sul sito di questa istituzione, essa si dovrebbe occupare di 122 immobili e in quarant'anni vanta il restauro e la valorizzazione di quattro. Una legge del 2009 trasformava l'Ente per le Ville Vesuviane in Fondazione Ente Ville Vesuviane. Ma non si riesce a vedere come questo maquillage giuridico abbia potuto influire sulla situazione. Ovviamente le responsabilità non stanno mai tutte da una parte sola: in una regione che ha la storia politica e amministrativa della Campania - un caso nazionale; un caso che la Nazione non vuol vedere - figuriamoci che sorpresa suscita il disinteresse verso le ville Vesuviane. Come collaboratore de «Il Mattino» sono già stato coinvolto nel 2001 in polemiche sulla gestione del problema delle ville Vesuviane. Un mio articolo del maggio 2001 sulle condizioni di villa d'Elboeuf a Portici suscitò una lettera seccata di Paolo Romanello, che rivendicava i meriti dell'Ente ville Vesuviane; a quella lettera risposi che «l'Ente per le ville Vesuviane esiste dal 1971, e il divario tra quanto si è fatto e quanto resta da fare è così grande da costituire un caso. Le responsabilità, è ovvio, ricadono solo in parte sull'Ente, ma resta la realtà di un disastro denunciato sin dal 1959 dal libro di Roberto Pane, e sistematicamente perpetrato anche dopo il 1971, se non ancor più. Per porvi riparo serve una sinergia di forze sul territorio, in primis le amministrazioni locali. Le amministrazioni riflettono le istanze, la cultura, le spinte del proprio elettorato. Lavorare su questo punto è dura, ma non c'è alternativa: o le comunità vesuviane comprendono l'importanza del loro territorio, o non ci sarà storia nella lotta per il "primato tra il bello e il brutto". Infine, è giusto informare sull'attività dell'Ente per le ville Vesuviane, ma per capire le priorità sul da farsi. I meriti di chiunque nella tutela del territorio campano sono davvero cosa troppo piccola per vantarsene: basta guardare la situazione per riconoscerlo». Cosa si può aggiungere a queste righe di dieci anni fa? Il degrado del territorio campano ha toccato punte che questo giornale, e non solo, ha denunciato con impegno costante. Ma la verità è che oggi neanche l'impegno dei media basta più a smuovere la sensibilità collettiva della comunità della nostra regione. A che servono le denunce, l'informazione, se salvo che ad una minuscola minoranza a nessuno importa niente delle ville Vesuviane? A cosa servirebbe tenerle in piedi? Ci sarebbero risorse in più per le comunità vesuviane? Ci sarebbero nuovi alloggi, nuovi posti di lavoro? Le bollette sarebbero meno care? L'immondizia verrebbe raccolta e riciclata? Ci sarebbero trasporti pubblici migliori? La stretta della camorra sarebbe meno dura? I politici locali sarebbero meno corrotti e compromessi col malaffare? Nessuno sembra vedere il collegamento tra queste aspettative e la tutela del patrimonio archeologico, artistico e culturale. Affermare che «la cultura non dà da mangiare» nella situazione attuale è come aver dato un calcio a un castello di carte già traballante, quello della volontà di interrompere il degrado del territorio. Il danno è incalcolabile perché sdogana la parte peggiore del senso comune; perché rende ancora più crudele l'egoismo sui bisogni del presente, che quasi sempre è il veto su un progetto per il futuro. Le ville Vesuviane - i nostri monumenti; la nostra storia; i segni del perché siamo ciò che siamo - lentamente, inesorabilmente implodono, si accasciano. Nobili dinosauri provenienti da un tempo ormai lontano e ora in estinzione, mentre chi ci vive accanto è già da più di un secolo girato dall'altra parte.