Di padre romagnolo e madre dalmata, con una laurea in storia dell'arte, Jadranka Bentini è entrata come ispettrice alla Soprintendenza ai beni artistici di Bologna tra il 1975 e il '76. Incaricata della soprintendenza a Modena (1985) e Ferrara, ha assunto nel 1999 la Soprintendenza per il patrimonio artistico e demo-etnoantropologico di Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini. Si è dimessa il 30 ottobre scorso. Fino a dicembre, in attesa della nomina ministeriale, la Soprintendenza sarà retta per vie interne da Franco Faranda. Più amara che delusa. Più dispiaciuta che remissiva. Dice di essersi dimessa (il 30 ottobre) dalla carica di soprintendente ai Beni artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini (non è la dizione protocollare, ma ci capiamo meglio) «per tante ragioni, anche personali». Ma poi le scappa una parola che tra la gente della cultura usa ormai poco o niente e che spiega la verità. La rivela e rivela che quelle dimissioni vengono da lontano. La donna è solida, non dedita a decisioni estemporanee. «L'anno prossimo spiega dunque raggiungendo i trent'anni di carriera nello Stato, avrei potuto scegliere se prorogare il mio incarico o lasciare. Ho deciso di andarmene con un anno di anticipo. Ci sono dei problemi strutturali sempre più insostenibili». Ecco «strutturali» è l'aggettivo che chiarisce e rivela. La politica dei beni artistici non ha il raffreddore, ma l'anemia cronica. Fatale tirarne le conseguenze. La Bentini l'ha fatto. Ma con queste dimissioni finisce una scuola bolognese famosa al mondo: quella di Gnudi e Emiliani. Professoressa Bentini, tutta colpa del ministro Urbani? «Ma no, ma no. Di sicuro il suo Codice Unico dei beni culturali è una cosa pessima, che attraverso le direzioni regionali esautora le soprintendenze più di quanto già non siano. Il fatto davvero grave, insopportabile, è la mortificazione completa, generale degli studiosi che in questa Italia si battono per la tutela dei beni artistici». Questione di finanziamenti... «Anche. Nella mia carriera ho visto tutta una trafila di ministri che, all'atto pratico, non hanno fatto che ridurci i fondi. Ma adesso succede di dover lavorare addirittura contro la Costituzione. La Carta costituzionale sancisce che nulla del «patrimonio artistico pubblico è vendibile salvo eccezioni, adesso il governo ha stabilito che tutto è vendibile salvo eccezioni. A me sembra un'enormità. O sono io che mi sbaglio?» Ha perso una sfida? «Se vogliamo metterla così, non l'avrei persa solo io, ma tutte le soprintendenze e soprattutto l'Italia. Trent'anni fa abbiamo cominciato a fare scuola a tutta l'Europa nel campo della tutela, e abbiamo continuato a farla a lungo. Adesso domina la legge dell'economia, l'economicismo, i beni artistici sono diventati una miniera da sfruttare, non una ricchezza che, solo se tutelata, può produrne altre. Ormai qui non arrivano più neanche i finanziamenti del Lotto, dopo l'unificazione con il turismo e lo spettacolo voluta dal governo, tutti i soldi vanno al cinema». Non sta dipingendo un quadro troppo catastrofico? «Io non amo gli allarmismi, chi mi conosce lo sa. Ma pensi solo, dato che anch'io appartengo alla categoria, al degrado cui stanno andando incontro gli storici dell'arte. Contano sempre meno, hanno un'esistenza professionale sempre pù pallida, grama, schiacciata da infiniti iter burocratici. Sono come tanti pugili suonati. No, non nascondiamoci dietro un dito: la situazione è gravissima». Ma anche lei avrà pure qualcosa da rimproverarsi... «E' sempre più corretto che siano gli altri a giudicare. In questi trent'anni non si è riusciti a creare una nuova generazione di studiosi per i quali l'impegno nella tutela dei beni artistici fosse attraente. Intendo dire, ripensando a maestri per me come Gnudi ed Emiliani, proprio sul piano del mestiere. Quando divenni ispettrice presso la Soprintendenza di Bologna, per me fu come coronare un sogno. Mi viene la malinconia se penso alla condizione dei giovani di oggi, allo stato d'abbandono della ricerca nelle università. La nuova generazione non è nata, ma le colpe sono ben più grandi della mia persona. E sono responsabilità imperdonabili». Ha già nostalgia di Bologna? «E perché? Mica sparisco. I cinque anni passati a via Belle Arti sono legati ad avvenimenti come la riapertura di Palazzo Pepoli Campogrande, la mostra sugli Estensi a Ferrara, cosa alla quale tengo molto, il catalogo della Pinacoteca. A gennaio uscirà il primo volume. Direi un buon bilancio». Ha ricevuto una risposta, «Gli storici dell'arte contano ogni giorno di meno, hanno una vita professionale sempre più pallida» un commiato, alla sua lettera di dimissioni? «No. Anzi, finora no. Ma che domande mi fa?» E per la sua sostituzione? «Dovranno pure mandare qualcuno». Lei va a dirigere il Museo delle Ceramiche di Faenza, un ente privato. Qualcuno le ha fatto notare che può sembrare strano rispetto alle sue idee? «Nessuno, e non vedo dove stia l'incoerenza. Ho scelto tra le molte proposte che mi sono giunte quando si è saputo che lasciavo». Dopo quasi trent'anni in Soprintendenza passa alla direzione del Museo delle Ceramiche a Faenza
Jadranka Bentini: Beni artistici in vendita Ecco perché ho lasciato
Jadranka Bentini, una soprintendente italiana, ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di soprintendente ai Beni artistici di Bologna, Ferrara, Forlì, Cesena, Ravenna e Rimini. Ha spiegato che le sue dimissioni sono state prese con un anno di anticipo, a causa dei problemi strutturali e della mancanza di finanziamenti. Ha criticato il governo per aver stabilito che i beni artistici pubblici possono essere venduti, contravvenendo alla Costituzione. Ha anche lamentato la mortificazione degli studiosi che lavorano nella tutela dei beni artistici e la mancanza di finanziamenti per le università. Ha annunciato di passare alla direzione del Museo delle Ceramiche di Faenza, un ente privato.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo