La cultura è questione di soldi? La lenta eclissi del ministro Bondi e la polemica innescata con le sue dimissioni da Andrea Carandini, il grande archeologo nominato proprio da Bondi presidente del consiglio superiore dei beni culturali, sembrano confermare la centralità degli "sghèi" in qualsiasi discussione sul patrimonio culturale italiano. Patrimonio che anziché dar reddito, come ci si aspetterebbe dalla parola, richiede manutenzione. Che la manutenzione abbia costi ingenti, non è in discussione. I professionisti della tutela, comprensibilmente, guardano le cose dal loro punto di vista, e ragionano in termini di risorse che mancano. Il modo in cui le risorse vengono attratte, però, incide sull'utilizzo che ne verrà fatto. Chi crede che difendere la cultura sia invocare la clemenza del ministro Tremonti sembra pensare che non c'è modo, che essa possa venir "pagata" dai suoi consumatori, come avviene per il pane, le automobili o i vestiti. Ovvero che i consumatori sono troppo pochi, e nemmeno disposti a comprare un biglietto caro quanto basta, da garantire un futuro a strutture museali o enti lirici. Innanzi all'insensibilità dei singoli, tocca alla collettività metter mano al borsellino. Questo in omaggio al dovere di tramandare alle generazioni future ciò che abbiamo ricevuto dal passato, e all'utilità di attrarre turisti appassionati del bello, generando un indotto. Sono ragioni da cui è difficile dissentire ma farsene scudo è, per gli uomini di cultura, l'ammissione di una sconfitta: per via della convinzione profonda che ciò che è bello non possa essere apprezzato da numeri vasti abbastanza, ci si aggrappa alle gonne dello Stato. Il finanziamento pubblico ha però conseguenze che i suoi fautori non mettono in conto. Da una parte, un finanziatore unico, ovviamente, è messo in condizione di fare il buono e il cattivo tempo. Lo Stato azionista dei teatri non è diverso dallo Stato proprietario di imprese. Dall'altra, il finanziamento "politico" corrode l'arte, consentendo ai suoi manutentori di non occuparsi del pubblico. La ricerca di nuovi utenti perde d'importanza. In assenza di un confronto "con il mercato", l'attenzione alla buona gestione parimenti diventa meno saliente. Giustamente, chi deve reperire risorse si concentra sul modo più economico per ottenerle: che, quando l'ufficiale pagatore è lo Stato, significa gestire relazioni e infilarsi nei canali più appropriati, piuttosto che fornire un prodotto che trovi un acquirente disposto a comprarlo. È vero che senza soldi non si fa nulla: il problema è da dove arrivano. Proprio da una stretta sulle risorse pubbliche può venire lo stima lo a innovare, a fare efficienza, ad accogliere meglio i visitatori: così fanno gli imprenditori, nei momenti di crisi. Veramente non possiamo che rassegnarci, il bello davvero non è in grado di attrarre interesse, si accontenti di elemosine? Per carità: il nostro "patrimonio" è mille cose diverse, e dicendo cultura si dice tutto e si dice nulla. Ma questo "tutto" non dipende necessariamente dall'obolo pubblico. Dalle librerie agli atelier, dai ristoranti ai negozi di dischi, ce ne sono, di prodotti culturali che sanno "farsi scegliere". La tutela del patrimonio artistico forse richiede strumenti ad hoc: crediti d'imposta per le'donazioni, forti incentivi - al di là dei benefici reputazionali - per i mecenati privati, semplificazioni normative per rendere meno onerosi gli interventi Andare alla ricerca di un "pubblico pagante" non è tradire la missione di preservare e valorizzare il nostro patrimonio. È compierla.