Politicamente, per il governo, sarebbe stata una débàcle. Si spiega così, per evitare che ieri sera la replica del Nabucco verdiano alla presenza del premier Berlusconi e del presidente Napolitano fosse punteggiata da nuove sottolineature polemiche sui tagli ignominiosi alla cultura, l'incontro organizzato in tutta fretta, l'altro pomeriggio, tra il maestro Muti e il ministro Tremonti. Diciamo un'azione diplomatica preventiva, pilotata dal sindaco Alemanno d'intesa con Gianni Letta e il capo di gabinetto del ministro Bondi, Salvo Nastasi, per scongiurare l'ennesima contestazione pubblica, con tanto di ripresa su Raitre, in un giorno così cruciale sul piano simbolico. Il blitz, almeno sul piano mediatico, ha funzionato. Anche se bastava osservare in tv la faccia di Tremonti, tra lo sconsolato e lo spazientito, per capire quanto gli sia costato quel gesto pacificatore. Cioè recarsi al Teatro dell'Opera per omaggiare il grande direttore d'orchestra che ogni santo giorno critica l'operato del governo in materia di cultura e spettacoli. Ieri, soprattutto al ministero dei Beni culturali, ci si interrogava sulla frase pronunciata da Tremonti: «Oggi ho incontrato il presidente del consiglio e adesso il maestro Muti, a cui credo dobbiamo tutti moltissimo anche come conoscenza e riconoscenza. Ho visto, ho sentito e ho capito. Avete la mia parola d'onore che, per quanto di mia competenza, affronterò il problema. Mi hanno fatto dare la parola». La parola, cioè, di allentare i cordoni della borsa e scucire nei prossimi giorni una manciata di milioni di euro per raffreddare la situazione e riaprire il dialogo dopo le dimissioni di Andrea Carandini (Consiglio superiore dei Beni culturali), Bruno Cagli (Accademia di Santa Cecilia), Sergio Escobar (Piccolo Teatro di Milano). La domanda vera è: in che tempi e come? Fondi di riserva al ministero dell'Economia non esistono. L'unico modo è preparare un decreto legge d'urgenza. Venerdì prossimo ci sarà lo sciopero nazionale dello spettacolo organizzato dai sindacati, e ci si augura che, a differenza dell'ultima volta, cinema, teatri, sale da concerto e set restino davvero chiusi. Berlusconi sa che il dossier-cultura, sulle prime sottovalutato nonostante gli avvertimenti di Letta, è diventato un banco di prova per il governo. Ma il premier deve anche stare attento a non offendere il dimissionario ministro Bondi, che pure s'è detto «lieto e sollevato», forse con una punta di ironia, dopo l'incontro Tremonti-Muti. Tirare fuori adesso, d'incanto, i fondi negati per mesi a Bondi, tanto da spingerlo a mollare, non sembra una gran mossa. Sa di disperazione. Ma alla fine succederà, pena l'ennesima figuraccia internazionale. Tremonti non ha parlato di soldi, mercoledì. Ma, realisticamente, servono almeno 300 milioni di euro se si vuole evitare il collasso: 150 per rimpolpare il Fondo unico dello spettacolo e riportarlo ai livelli già bassi del 2010 (attualmente, dopo l'ultima sforbiciata di 27 milioni, è sceso a quota 231); circa 150 per la tutela del paesaggio, dei siti archeologici e dei musei. Dove trovarli in quattro e quattr'otto? Una cosa è certa: Galan non ha nessuna voglia di fare la fine dell'attuale ministro ai Beni culturali, esecrato e irriso. Infatti ha subordinato il suo arrivo al Collegio Romano a precise garanzie sul fronte dei finanziamenti. Da Bruxelles dice di essere contrario alla filosofia dei tagli lineari e spiega che «la questione non è quella di chiedere soldi a Tremonti, il governo è un organismo collegiale, nessuno deve essere il sottosegretario di Tremonti. Se si decide di tagliare da qualche parte, lo decide il governo, non un ministro». Intanto le associazioni di categoria, a partire dall'Anica che è un po' la Confindustria del cinema, sono sul piede di guerra, decise a non partecipare più a nessuna riunione presso il ministero finché non sarà nominato il nuovo titolare; e martedì Federculture, Anci, Upi, Agis, Conferenza delle Regioni, Fai spiegheranno alla stampa l'articolazione delle tre giornate di protesta «per la cultura e lo spettacolo» programmate per il 26, 27 e 28. Berlusconi vorrebbe chiudere a inizio settimana la pratica del rimpasto, almeno per quanto riguarda i due ministri in ballo, cioè Saverio Romano all'Agricoltura e Galan ai Beni culturali. Ci riuscirà dopo lo stop imposto dal Quirinale alla superfetazione dei sottosegretari? Galan ci spera. Mentre Il' Fatto Quotidiano ha ripreso a bombardarlo per la vicenda veneziana di Michelle Bonev e del film Goodbye Mama, ribattezzandolo ironicamente «ministro dell'agricultura», l'ex governatore veneto sarebbe pronto a incontrare già martedì sera, a giuramento fatto, i dieci direttori generali del ministero. La situazione è drammatica. Il bilancio dei Beni culturali è sceso a 1 miliardo e 420 milioni, significa che, tolti stipendi, utenze e strutture, ne restano solo 500: per tutto il resto.