Ieri il clamore e le mostre, oggi la scultura dubbia pagata 3,2 milioni prende polvere Il crocifisso prende polvere in uno scantinato fiorentino. Sia o non sia di Michelangelo, è comunque triste il suo destino, dopo le luminarie del Tg1, della Sala della Regina a Montecitorio, dopo che è stato esposto da Tokyo a Trapani, da Napoli e Palermo a Milano e quindi benedetto e omaggiato da ministri, vescovi e sindaci e persino dal papa. La storia di questo piccolo e sfortunato crocifisso, cm 41,3 per 39,7, è esemplare di come vadano le cose per i beni culturali in Italia. Ma non solo, secondo Claudio Giunta, che ha scritto Come si diventa «Michelangelo». Il mercato dellarte, la retorica, lItalia (Donzelli, pagg. 122, euro 13,50), un pamphlet in cui si ricostruisce la vicenda del crocifisso che il pubblico del Tg diretto da Augusto Minzolini potette ammirare una sera di dicembre 2008 sotto una teca di vetro. Presenti in studio erano il ministro Sandro Bondi e lallora direttore generale Roberto Cecchi, i quali raccontavano perché lo Stato avesse deciso di acquisire al patrimonio nazionale quella statuetta. Al ministero si erano convinti che il crocifisso fosse di Michelangelo ed erano contenti di averlo pagato 3,2 milioni, considerando che erano circolate ben altre cifre, prima 30, poi 18, quindi 15 milioni. Le luci sul crocifisso si sono spente. Sullacquisto stanno indagando la Corte dei Conti e la Procura di Roma (il reato ipotizzato è la truffa). Ma non è questo il punto centrale, secondo Giunta (che non fa lo storico dellarte, ma il filologo e che in questo libretto squaderna le migliori armi del mestiere). Il punto centrale, dice Giunta, è che il povero crocifisso finisce in una specie di loop informativo dove si ripetono ossessivamente frasi stereotipate, gridolini estasiati, suggestioni che dallarte transitano alla fede e che oscurano un elemento cruciale: i dubbi sullattribuzione a Michelangelo per non dire le opposizioni nette avanzati da autorevoli studiosi avrebbero dovuto consigliare al ministero maggior prudenza nello spendere una cifra non altissima se quel crocifisso effettivamente fosse stato di Michelangelo, altissima se invece opera seriale tardoquattrocentesca, esorbitante se paragonata ai feroci tagli praticati dallo stesso ministero a danno di siti archeologici, musei e biblioteche. Ma la logica che vige al ministero è altra. Le regole della buona amministrazione e della tutela si avviluppano con quelle che dominano nel mercato antiquario, un mercato, appunto, fatto di consulenze, attribuzioni ed expertises. Si rincorre il capolavoro e laffanno impiegato non lascia distinguere se il capolavoro è vero o presunto. Si mira alloggetto singolo, allEvento, al magnete che attragga visitatori e turisti. Si ascoltano espressioni come «ambasciatore dellarte italiana nel mondo», «nostro biglietto da visita». Richiamare folle, fare soldi: se a insistere su questo fosse il ministero dellEconomia, annota Giunta, nessuna obiezione, è un problema se lo fa il ministero dei Beni culturali, che deve «pensare alla cultura, perché si suppone che la cultura, in qualche strano modo, "faccia bene"». La ricostruzione di Giunta procede fra rilievi scientifici e perizie anatomiche disinvoltamente elevate a prova regina, si addentra nella prosa spiritualeggiante di critici e di assessori alla Cultura (mirabile il brano del milanese Massimiliano Finazzer Flory), seziona il burocratese del sottosegretario Francesco Giro. E soprattutto mette in evidenza come la sicurezza con la quale lattribuzione del crocifisso a Michelangelo si fondasse su presupposti deboli e sulla negazione che ci fossero pareri contrari. Una disinvoltura metodologica, quantomeno, che però ha giocato di sponda con il ministero e con il pubblico erario.