Lo sfogo: «Ho perso ogni speranza», spiega Il grande archeologo dopo le dimissioni dai Beni culturali. «Bondi? E un capro espiatorio: non si è dimesso solo per la sua venerazione per il Grande Signore. L'unico che può far qualcosa adesso è Napolitano» "Quando accettai l'incarico nel 2009 sapevo perfettamente che era un momento difficile. Ma la Patria va servita proprio in questi momenti. Solo che i tagli alla Cultura sono diventati mortali, ora è come il nucleo di una reattore nucleare che è arrivato a fondere». Andrea Carandini, archeologo di fama, docente alla Sapienza, spiega così il suo addio alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali. «Ammetto uno sconfitta anche personale, non sono riuscito a cambiare le cose. Pensi che il nostro compito era principalmente definire le strategie di bilancio: ma se una famiglia di tre persone ha tre tozzi di pane, quali strategie vuole elaborare? Tutto il lavoro possibile. per avviare riforme a costo zero lo abbiamo fatto, abbiamo cercato di salvare il salvabile, grazie agli atti eroici dei funzionari. A questo punto ho deciso di avvertire gli italiani: di questo passo, senza i soldi per le manutenzioni, il nostro patrimonio culturale finirà rapidamente in polvere. I crolli di Pompei sono solo l'antipasto». Come giudica l'operato del ministro Bondi? «Ha i suoi demeriti, è stato certamente inadeguato. Ma soprattutto è un capro espiatorio. È assurdo attribuire a lui i crolli di Pompei, non è l'uomo nero: è stato schiacciato dal suo stesso governo e dal suo partito, ci sono forze potenti che vogliono smantellare questo ministero». A chi si riferisce? «Innanzitutto alle manie anti-centralistiche della Lega, che non ha a cuore l'articolo 9 della Costituzione (che tutela cultura, ricerca e patrimonio storico-artistico, ndr). Ma anche le Regioni hanno le loro responsabilità: non hanno mai realmente collaborato con lo Stato per definire il piano paesaggistico, e il risultato è che da anni il piano manca. Bondi almeno ha sempre difeso l'idea che la tutela del paesaggio dovesse rimanere in capo allo Stato. Io credo che un ministro, se viene ostacolato in questo modo, dovrebbe dimettersi. Lui non lo ha fatto e allora mi sono dimesso io». Perché, secondo lei, non si è dimesso? «Per via della sua venerazione per Berlusconi, aveva paura di creare un problema al Grande Signore». Nei tagli gioca un ruolo chiave il ministro Tremonti. «Sembra totalmente sordo alle ragioni della cultura, eppure è un uomo colto. È un grande mistero». Non si è mai rivolto al premier o a Tremonti? «No, non arrivo così in alto... e comunque non credo che avrei potuto smuoverli. L'ultima mia speranza è Napolitano: solo lui ha l'autorevolezza per far comprendere agli italiani quanto sta accadendo». Pare in arrivo un nuovo ministro, Giancarlo Galan. Si dice che lei si sia dimesso anche per una certa incompatibilità con lui. «Non lo conosco e mi guardo bene dal dare giudizi. Ma se non riesce a imporre una svolta sarà un Bondi-bis, una tragedia già vista. Galan mi sembra un uomo pratico e vigoroso, speriamo che riesca». Lei potrebbe fare marcia indietro? «Le reazioni alle mie dimissioni mi hanno commosso, il Paese ha capito il senso del mio allarme: la cultura è di tutti, non di una parte. Se le condizioni mutassero potrei ripensarci, ma accadrà? In condizioni come queste non mi ci rimetto più». Se i tagli non saranno fermati? «Non ci sono praticamente più soldi per la manutenzione, 65 milioni per tutti i musei, monumenti, siti archeologici del nostro Paese. I paesi avanzati cercano di fermare la naturale decomposizione del loro patrimonio artistico, noi no. Eppure cultura e paesaggio sono una risorsa essenziale del nostro Paese, forse l'unica in cui non temiamo la concorrenza globale. E invece il nostro è il ministero che, tolto l'Ambiente, ha subito i tagli più drastici. Viene considerato un ministero di serie C. A questo va aggiunto il danno prodotto ai cervelli degli italiani. Tagliando la cultura avremo sudditi, non cittadini». Forse è quello che il governo vuole... «Quando c'è un potere enorme tendono a formarsi delle corti. La repubblica romana riuscì a evitare per 5 secoli questo rischio con "l'adfectatio regni": chiunque aspirasse al regno, o cercasse di porsi sopra la legge, veniva accusato di alto tradimento».
Andrea Carandini: I tagli? Se continuiamo così Pompei è solo l'antipasto
Il grande archeologo Andrea Carandini si è dimesso dalla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali dopo aver espresso le sue preoccupazioni sulle taglie alla cultura. Carandini afferma di aver cercato di salvare il salvabile e di aver cercato di avviare riforme a costo zero, ma non ha potuto cambiare le cose. Ha accusato il ministro Bondi di essere un capro espiatorio e di non essere stato in grado di difendere l'idea di tutela del paesaggio. Carandini ha anche criticato le manie anti-centralistiche della Lega e le Regioni per non aver collaborato con lo Stato per definire il piano paesaggistico. Ha espresso la sua speranza che il presidente Napolitano possa fare comprendere agli italiani la gravità della situazione.
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