Le dimissioni del professor Carandini Con le dimissioni di Andrea Carandini dalla presidenza del Consiglio superiore per i Beni culturali cade l'ultima foglia di fico che poteva occultare quella che il Capo dello Stato definì letteralmente «vergogna» all'indomani del crollo di Pompei. Tra gli addetti ai lavori, la nomina di Carandini (insediatosi esattamente due anni fa) aveva suscitato non poche perplessità. E non certo per la caratura intellettuale (indubbia), quanto perché proprio la sua autorevolezza rischiava di legittimare lo sfascio denunciato dalle dimissioni del suo predecessore, Salvatore Settis. I dubbi erano aumentati quando Carandini aveva (tra le altre cose) sposato la linea della valorizzazione «commerciale» propugnata da Mario Resca, aveva definito il crollo di Pompei «una bufala», o aveva benedetto il progetto della tournée internazionale dei Bronzi di Riace. Queste ed altre prese di posizione miravano a costruire l'immagine di un intellettuale che, pur essendo stato a lungo responsabile dei Beni culturali per il Pci, non fosse pregiudizialmente avverso alla linea Bondi-Berlusconi. Ora, però, che Carandini è costretto a lasciare, la verità viene a galla. Egli si dimette, infatti, perché il già rovinoso finanziamento del Ministero è ulteriormente sceso: nei due anni della sua presidenza esso è infatti passato da 155 a 92 milioni, in un precipizio inarrestabile che non consente ormai nemmeno la più ordinaria delle manutenzioni. Aveva dunque ragione Settis (dimessosi per lo stesso, identico motivo, ma accusato da Bondi di antiberlusconismo), e i due anni trascorsi dalle sue dimissioni appaiono, amaramente, due anni buttati: anche perché il Bondi che oggi (meglio tardi che mai) appare quasi solidale con Carandini, è un ministro in fuga e senza nessuna prospettiva di incidere sulla questione. Non c'è bisogno di ricordare quanto invece sarebbe urgente, per un Paese come il nostro (e in primo luogo proprio per Firenze e per la Toscana), avere un ministro nel pieno delle proprie funzioni e determinato a difendere con autorevolezza e forza politica le ragioni della cultura. Ora la domanda è: chi prenderà il delicatissimo posto lasciato libero da Carandini? Quale spazio rimane per un vero «tecnico» dentro un ministero vampirizzato da Tremonti, senza una guida, travolto da polemiche internazionali e crivellato da inchieste? La situazione appare talmente grave che la comunità intellettuale italiana dovrebbe forse rifiutarsi di offrire altre coperture, lasciando vuota quella sedia fino a quando un nuovo ministro non riuscirà a riportare la macchina dei Beni culturali almeno sopra la linea di galleggiamento. In gioco è bene non dimenticarlo c'è il patrimonio storico e artistico della Nazione, vale a dire uno dei più profondi e sacri presidi dell'unità dello Stato. E che questa ennesima manifestazione del caos che attanaglia la tutela di quel patrimonio avvenga alla vigilia delle celebrazioni unitarie del 17 marzo appare tragicamente simbolico.
Il crollo della cultura e l'ultima (simbolica) fuga
Il professor Andrea Carandini si è dimesso dalla presidenza del Consiglio superiore per i Beni culturali. Le sue dimissioni sono state motivate dal fatto che il finanziamento del Ministero è ulteriormente sceso, passando da 155 a 92 milioni. Ciò è avvenuto durante i suoi due anni di presidenza, durante i quali aveva anche sposato la linea della valorizzazione commerciale e aveva espresso opinioni critiche sul crollo di Pompei e sul progetto della tournée internazionale dei Bronzi di Riace. La sua dimissione è stata vista come una conferma delle critiche mosse al suo predecessore, Salvatore Settis, e come una dimostrazione della gravità della situazione del Ministero.
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Bene culturale
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