Roma. Mentre a Roma, da mesi, si litiga sulla titolarità del bene, il castello carrarese cade a pezzi. L'allarme è stato rilanciato alla Camera dal sovrintendente ai beni architettonici Guglielmo Monti, ascoltato dalla commissione Cultura insieme con i rappresentanti del Comune (l'assessore alla Mobilità Ivo Rossi) e della Provincia (l'assessore alla Cultura Massimo Giorgetti). La sovrintendenza sta studiando la possibilità di un «intervento di sostegno» per contrastare nell'immediato il degrado dell'ex carcere, ancora proprietà del ministero della Giustizia. Ma il futuro del complesso, sede ideale per un museo della civiltà carrarese, dipende dall'auspicabile accordo tra i ministeri sulla titolarità e dalla buona volontà degli enti locali. Ieri Comune e Provincia hanno confermato la disponibilità ad entrare nella fondazione alla quale potrebbe essere affidata la gestione del castello. La situazione, per certi versi, è paradossale. Con l'impegno dei parlamentari padovani - in prima fila Andrea Colasio (Margherita) e Flavio Rodeghiero (Lega) - sono state reperite le risorse per restaurare l'ex carcere e fare il museo. Una legge già approvata l'anno scorso assegna al ministero dei Beni culturali 3,85 milioni di euro nel triennio 2003-2005 e una «finalizzazione» dell'ultima finanziaria aggiunge 3 milioni nel periodo 2004-2006. Però bisogna approvare un provvedimento di spesa entro la fine dell'anno, per evitare che scatti la mannaia del «tagliaspese» e i soldi tornino al Tesoro. Qui sorge il problema della titolarità. La proposta di legge Colasio, ferma alla Camera, prevede l'istituzione del museo e ne affida la gestione ad una fondazione cui «possono partecipare», oltre al ministero dei Beni culturali, gli enti locali, la Regione, l'Università, le fondazioni bancarie. L'idea si è scontrata finora con l'opposizione del ministero della Giustizia, che intenderebbe ricavare dal complesso fondi da destinare al sistema carcerario, e con qualche perplessità dei Beni culturali, perché la fondazione ancora non c'è. A complicare i già tesi rapporti diplomatici tra i ministeri e tra gli schieramenti politici è arrivata la cosiddetta «Asciutti-ter», un disegno di legge "omnibus" sui Beni culturali, presentato d'iniziativa della maggioranza nel maggio di quest'anno che ha ottenuto la «sede deliberante» - cioè una corsìa preferenziale per l'approvazione - nella commissione Istruzione del Senato. Un comma del ddl prevede che il castello carrarese sia dato in consegna al ministero dei Beni culturali e che entro un anno esso provveda «ad individuare, anche tramite apposito atto convenzionale con altri soggetti pubblici o privati, modalità di gestione del bene idonee ad assicurarne la piena valorizzazione culturale». Il testo, suggerito dai funzionari del ministro Urbani, ha mandato su tutte le furie il Guardasigilli, la cui posizione sì è ulteriormente irrigidita. Né ha contribuito ad ammorbidirla il fatto che l'amministrazione comunale padovana abbia cambiato colore. Sul comma della discordia grava ora un emendamento soppressivo. L'audizione informale di ieri si inserisce in questo contesto. "La situazione di emergenza del bene - spiega Monti - va comunque tamponata, anche perchè esistono le risorse per farlo». Se il proprietario fosse un privato, sarebbe facile metterlo in mora. Trattandosi del ministero della Giustizia, è ipotizzabile solo un intervento di sostegno. «Il primo, fondamentale passaggio -insiste il sovrintendente - è il trasferimento del complesso ai Beni culturali». Proprio su questo si rischia l'ennesimo impasse, come accade, più o meno, dal 1987. La partita è in mano alla maggioranza e più che mai al ministro Castelli. «È interesse della città avere una risposta positiva - dice Colasio - altrimenti rischiamo di cartolarizzare macerie». Probabilmente si modificherà il testo del Senato per far posto nella fondazione anche al ministero della Giustizia, che in fondo è il proprietario. "Mi pare la direzione giusta», commenta Rodeghiero.