«Il concetto di costruire per rilanciare va abbandonato. La crisi economica stessa è nata e si è nutrita di un eccesso di costruzioni, la cui unica declinazione è un paesaggio di rovine, ovvero colmo di edifici non finiti e in esubero. Il mattone come unica fonte di ricchezza fa parte di una cultura arcaica. Basti pensare che in Italia si contano 38 vani per ogni nuovo nato». Nel momento di massimo lavoro per la pianificazione urbanistica della città - che si appresta a redigere il Piano per il governo del territorio - Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte per undici anni alla guida della Scuola Normale di Pisa, inizia così, con una considerazione, la sua analisi su Brescia, città che - come tante - andrebbe «alleggerita» da un cemento che la ingolfa. Professore, Brescia è satura? Non si deve più costruire? «Quando protesto per l'eccesso di consumo di suolo non penso che si debbano ibernare le città, ma che si debba avviare il cantiere solo se davvero necessario e non per vezzo e speculazione. Questo intreccia peraltro due temi, quello della quantità da un lato, ma soprattutto quello della qualità estetica e dei materiali che si rivelano davvero pessimi e di basso livello». Brescia ha ridestato la sua attenzione per via del progetto legato alla nuova sala di lettura in piazza Rovetta... «Il fatto che si debba realizzare una sala di lettura suppongo sia necessario. Ma il cubo bianco è un vero e proprio pugno in un occhio, ci vuole davvero un gran coraggio per accostarlo alla tradizione della Loggia. Lo scopo del connubio fra antico e moderno non è proprio stato raggiunto: per questo sarebbe un grande e grave errore costruire il cubo in quel luogo. Perché un edificio a destinazione culturale non può iniziare la sua storia con un'offesa alla cultura, è una contraddizione in termini. Quali libri leggeranno gli studenti che entreranno in quella sala di lettura?». Nella stesura del Pgt uno dei temi cardine è proprio il centro storico. In che misura è giusto edificare al suo interno? Quali le «regole» di convivenza ed equilibrio tra antico e moderno? «Per molto tempo è prevalsa la linea rigida del non costruire nei nuclei antichi, perché custodi di architetture fra le più preziose e tutelate del mondo. Oggi si sta andando nella direzione opposta, ma senza criterio. E in questa categoria rientra il caso Brescia. Per poter osare il confronto con l'architettura storica bisogna utilizzare delicatezza e rispetto. L'esempio più riuscito in questo senso è il Mart di Rovereto: Mario Botta è riuscito ad essere elegante e discreto, quasi invisibile. Ma il punto di partenza di un Pgt, di un disegno della città, dev'essere il recupero, il riutilizzo, è questa la vera sfida che Brescia non deve perdere». Ma spesso il recupero dei Palazzi storici deve fare i conti con i bilanci e con le barriere architettoniche... «Quello dei fondi è un discorso che da una città ricca come Brescia non voglio sentire. I primi soldi che l'Amministrazione deve davvero investire sono quelli per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio esistente. Penso a Palazzo Avogadro: conservarlo non è una scelta, è un dovere, lo sancisce l'articolo 9 della Costituzione». Cosa vorrebbe dire ai politici bresciani? «Che il massimo della sofisticatezza è il riuso architettonico, la tecnica più nobile. E l'unico modo per farlo è convertire i vecchi Palazzi donando loro una funzione, che è poi anche la più grande sfida di un architetto. Tutti i Palazzi del potere sono antichi: solo un incompetente e un vile si ferma di fronte ai problemi delle barriere architettoniche e dei fondi». Le periferie e le aree produttive dismesse rappresentano un'altra delle questioni di grande dibattito. Cosa fare? «Trasformarle. È infatti proprio nelle ex aree produttive che si deve sfogare l'architettura contemporanea per non produrre un paesaggio di rovine. Lì, sulle periferie, che anche a Brescia sono brutte e spesso trasandate, l'economia e la progettualità devono fare sintesi e trovare spunti e forme di investimento originali e più interessanti. Solo da questo può passare il vero rilancio della Leonessa». Salvatore Settis ha fatto parte del Comitato scientifico dei Civici Musei di Brescia dal 1988 al 2000. Dal 1969 è professore di Storia dell'arte e dell'archeologia classica: dal 1999 al 2010 è stato direttore della Scuola Normale di Pisa e, dal 1994 al 1999, di The Getty Center for the History of Art and the Humanities (Los Angeles). Oggi è membro dell'Erc (European Research Council), l'alto consiglio europeo per la ricerca che conta al suo interno due studiosi italiani, Settis e Claudio Bordignon dell'Istitituto San Raffaele. In dicembre la sua ultima pubblicazione: «Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia come degrado civile» (Einaudi).