Esposti sepolture e corredi funerari della Messinadi età greco-romana. Tantissimi i pezzi pregiati Sono pochi pezzi, ma assolutamente straordinari perché, a parte il loro valore scientifico e storico, ci portano in un'altra dimensione temporale di Messina. Quella che non abbiamo l'abitudine di vedere e quindi neppure di considerare, "contaminati" come siamo da un'architettura e un'urbanistica moderne che la città ha assunto suo malgrado dopo il 1908. La mostra "Sepolture e corredi funerari a Messina in età greco-romana", organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e ambientali, di cui è responsabile Salvatore Scuto, ospitata nel foyer del Teatro Vittorio Emanuele, ci mette sotto gli occhi fino al 10 aprile un'impensabile città archeologica, riaffiorata soprattutto in anni recenti, lungo la via Cesare Battisti. Come spiega Gabriella Tigano, che si è occupata del coordinamento tecnico-scientifico con Maria Ravesi, Giusy Zavettieri, Rocco Burgio, Gabriella Pavia e Piero Coppolino, l'esposizione, introdotta da un video, «intende focalizzare i molti cambiamenti avvenuti nell'organizzazione degli spazi funerari, nella tipologia dei sepolcri, nei riti e nelle credenze sul mondo dell'aldilà, nel lungo periodo di utilizzo della necropoli che va dal IV secolo a. C. al IV V secolo d. C.». I reperti, infatti, arrivano da una necropoli molto stratificata (ci sono anche sepolture a incinerazione) con uno spessore di sei metri e anche decisamente affollata. Gli oggetti che accompagnavano i defunti sono pochi e fanno pensare a sepolture di ceto modesto, tuttavia essi parlano della vita del tempo, pur se servirono alla morte. Perché, sostanzialmente anche a Zancle prima e a Messene dopo c'era l'idea che i defunti avessero bisogno di sostentamento e di compagnia (in senso lato) nel loro passaggio oltre l'Acheronte. Per questo la barchetta trovata nella tomba di un bambino sepolto fra la fine del IV sec, e la prima metà del III a. C. è diventato subito un "must" se si vuole parlare di archeologia a Messina. Eppure, personalmente ritengo che pure altri pezzi suscitino un'emozione che in qualche modo ci allinea a quel tempo così antico. Per esempio, la colomba riprodotta nella stessa tomba oppure gli oggetti in osso che potrebbero essere bottoni, singolarmente simili a quelli dei nostri montgomery. Ma penso ancor di più all'anfora da trasporto riutilizzata per la sepoltura di un bambino, ritrovata da pochissimo tempo in un cantiere di via degli Orti. Da un punto di vista estetico, invece, il pezzo pregiato (non a caso sistemato al centro del bell'allestimento, tra luci e penombre, curato da Francesca Cannavò e dalle maestranze dell'Ente Teatro) è il cratere a calice a figure rosse «attribuito spiega la Tigano - a un artista della cerchia del Pittore di Manfria, databile intorno al 340 a. C.». «Si tratta aggiunge di un vaso di pregio, utilizzato come cinerario, che reca sul lato principale una scena teatrale». Non meno interessante è la raccolta di epigrafi in greco, documenti che dimostrano il cosmpolitismo della Messina di quel tempo, al centro di scambi commerciali. Si fa notare una dedica alla «piissima moglie», morta a 35 anni, ma ancora di più è in evidenza un'iscrizione funeraria policroma risalente all'età imperiale romana, anch'essa ritrovata in via degli Orti. La qualità dei disegni a traforo ne fanno un piccolo capolavoro dei nostri antenati.