"Sono furbi, e ben organizzati. I primi tombaroli arrivavano con una pala e una torcia, questi hanno vedette, informatori, e quando vanno a saccheggiare un sito si portano appresso un piccolo esercito, con tanto di pick-up armati di mitragliatrici. Ma anche noi conosciamo il nostro mestiere e qualcosa in mente l'abbiamo». Siamo a Useila, pieno deserto iracheno, nel sudovest della provincia di Dhi Qar. Il sito non è ricco come quelli di Ur, Girsu, Umma, Lagash o Larsa, che l'Unesco considera tesori dell'umanità, ma secondo gli archeologi iracheni è il più antico della regione. Le buche sono fresche, forse scavate il giorno prima, e il terreno è cosparso di frammenti di anfore, tavolette, vasi, urne; disprezzati e fatti a pezzi dai tombaroli nella loro caccia al reperto più commerciabile al mercato nero. Qui le parole del luogotenente Francesco Mingolla non suonano né arroganti né scoraggiate: è un altro capitolo della lotta dura e silenziosa che i carabinieri affrontano (e sono gli unici, perché americani e inglesi non ci pensano proprio) per difendere lo straordinario patrimonio storico e artistico dell'Irak. Il "qualcosa" del luogotenente è un'incursione notturna con gli elicotteri, per sorprendere i saccheggiatori con le mani nel sacco o, meglio, le pale in buca. Anche questa è una guerra, e non per modo di dire. «Tutta una serie di fatti ci ha ormai convinti», spiega il maresciallo Carmelo Dipaola, «che l'epicentro del racket dei furti archeologici è proprio qui, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya come Ash Shatrah e Ar Rifa'i. Poi, naturalmente, ci sono i contatti con le grandi città come Baghdad o Bassora, da dove gli oggetti rubati vengono smistati all'estero, verso il ricco mercato dei collezionisti occidentali. Ma le bande operano a partire da questa zona». Che d'altra parte è tra le più interessanti del Paese, da questo punto di vista, con oltre 150 siti già censiti. Una strage su commissione. Il "guardie e ladri" non conosce sosta: pochi giorni fa i carabinieri, per la prima volta appoggiati dalla neonata Guardia archeologica irachena, hanno sequestrato decine di pezzi pregiati (tra cui 11 tavolette con incisioni cuneiformi) di epoca sumera, quindi risalenti ad almeno 5.000 anni fa, ch'erano nascosti nei villaggi di Teli Yukha, Habid e Samra e stavano per essere dispersi nei rivoli del mercato nero, accompagnati magari dai kalashnikov e dai razzi anticarro sequestrati nello stesso giorno nel centro di Nassiriya. E non conosce nemmeno pietà: un mese fa, al termine di un'operazione analoga, nove guardie irachene erano state mandate a Baghdad perché consegnassero i pezzi recuperati al Museo nazionale di Baghdad, incaricato di analizzarli e "periziarli" in vista del processo a carico dei tombaroli. Alle porte della capitale le nove guardie sono state attaccate e sterminate, i reperti ovviamente trafugati. «Una strage su commissione», dice il luogotenente Mingolla, «organizzata qui e realizzata là. Una strage efferata e, tra l'altro, sproporzionata al valore degli oggetti, forse favorita dalle rivalità fra le tribù che, a volte, complicano anche le nostre indagini e certo non favoriscono i rapporti tra la magistratura e la polizia irachene». La caccia ai reperti Un uomo, un certo Bashir, è stato arrestato in relazione al massacro. Vive in un villaggio del Nord, non è nemmeno un notabile del luogo, ma è una delle "autorità" nel commercio dei reperti. Che alla nuova disponibilità a usare le armi unisce la vecchia, anzi antica astuzia. Gli infiniti canali che portano a Occidente sono da qualche tempo sfruttati anche per smerciare pezzi falsi o, meglio, falsificati, a partire dagli impasti ottenuti triturando cocci millenari ma di nessun valore archeologico: l'oggetto ricreato risulta antico a un esame superficiale, anche se poi è stato realizzato una settimana prima in qualche scantinato di Nassiriya. I carabinieri del reggimento Msu al comando del colonnello Claudio D'Angelo si battono senza risparmio (l'unità addetta alla tutela del patrimonio artistico è formata, oltre che da Mingolla e Dipaola, anche da Francesco Materiale, Mario Paludetti, Roberto Ala e Marco Loi), e certo deve influire sul loro rapporto con questa terra anche l'estrema povertà e dignità dei loro "colleghi" iracheni. il direttore del Museo archeologico di Nassiriya ha scoperto di recente, nel vasto ma anche battutissimo sito di Ur dei Caldei, patria di Abramo, alcune tavolette con incisioni cuneiformi che non erano mai state notate prima. Per cercare di proteggerle, il poveretto le ha coperte con frammenti di roccia e vecchi mattoni. Il che dà l'idea di quanto accanita sia la caccia al reperto, e quanto valga l'opera di addestramento degli uomini della Guardia archeologica svolta dai carabinieri. A vederli, con quelle pancette e la biro nel taschino, queste guardie irachene sembrano dotate soprattutto di fame e buona volontà. Tanto più conta il lavoro che si fa con loro. Anche qui, noi magari diamo una spinta, ma è l'Irak che deve ripartire.