Allora è proprio vero: «piccolo è bello», come recitava uno slogati della controcultura americana degli anni Settanta. O almeno, «non troppo grande». Nella rinascita delle «città di provincia» della Lombardia si conferma la fioritura di ciò che sa «stare nel mezzo», cioè esercitare la giusta misura tra metropoli che hanno sfondato i loro confini ed esigui borghi. In questo fenomeno devono aver avuto il loro ruolo la passione per ciò che è locale, persino la diffidenza per «globalizzazioni» troppo spinte. Nuove realizzazioni economiche, motivazioni politiche più varie, magari nostalgie del «campanile» o la ricerca di una qualche identità in contrapposizione a entità più grandi, ma percepite come più astratte (lo Stato, l'Europa, ecc), hanno svolto la loro parte. In più, il catalizzatore del «miracolo bresciano» come di quello di altre province è quella stranissima «merce» che si chiama cultura (la metafora è del poeta John Milton, che nel lontano 1644 vantava la capacità di circolazione e di attrazione di questa particolare «mercanzia», che, senza essere troppo sottoposta a «dazi e gabelle», si rivelava inarrestabile nel «contagiare» persone). A buon diritto Paolo Corsini, sindaco di Brescia, rivendica un vero cambio di metodo. Troppo si è sentito parlare (a destra e soprattutto a sinistra) di «politica culturale» una locuzione che si poteva tirare da tutte le parti come una sorta di coperta di Linus per giustificare la strumentalizzazione politica (se non partitica) delle più diverse iniziative! Meglio insistere, dice Corsini, su una «politica per la cultura»e noi intendiamo quella preposizione («per») nel senso della messa a punto di strutture (pubbliche, in sinergia col privato) al servizio della cultura. E come recita un altro testo del Seicento, una dichiarazione di quella Royal Society che dall'Inghilterra doveva attrarre i talenti scientifici di tutta Europa, «non cerchiamo un sapere che sia inglese o irlandese, protestante o papista, ma qualcosa che risponda alle esigenze più profonde di qualsiasi donna o uomo». Analogamente, la valorizzazione delle ricchezze locali, come Santa Giulia a Brescia, o i siti di Bergamo Alta, costituisce la premessa per sondare il bisogno e il piacere che proviamo.quando siamo immersi in quell'universo che chiamiamo cultura. L'accento può essere messo ora sull'arte (Brescia), ora sulla letteratura e sulla filosofia (Mantova e Como), ora sulla scienza (Bergamo). L'importante è individuare i problemi che innervano queste manifestazioni dello spirito, perché (come scriveva il filosofo Karl Popper) «è bene innamorarsi di un problema e trascorrere almeno una parte della propria esistenza con esso». La «rinascita della provincia» è merito, dunque, sia di amministratori intelligenti sia dei cittadini di tali «piccole città», i quali da sempre vogliono manifestazioni culturali serie e ben fatte. Non è un fenomeno solo lombardo. E la dimensione della provincia, più che essere una condizione vincolante, costituisce un esempio da cui può imparare anche la metropoli. (Si pensi al successo in questi stessi giorni del Festival della Scienza di Genova). Perciò mi sento di rivolgere ai politici delle «grandi città» il consiglio di guardare a quel che succede a qualche decina di chilometri dalle loro sedi.