Nelle famiglie borghesi dei centri medio-grandi della Penisola, si temeva, spesso, che una o più fuglie finissero per sposare, magari tardivamente, un «provinciale». E l'aggettivo era usato in senso, solitamente, spregiativo. Oggi, invece, «provinciale è bello». Anzi bellissimo come le straordinarie mostre bresciane confermano.E delle quali il sindaco Corsini, non dimentico delle sue esperienze di storico, ci ha richiamato origini e vicende. Se vogliamo, però, analizzare, sia pure rapidamente, il fenomeno «mostre», dobbiamo allargare lo sguardo alle numerose manifestazioni culturali della provincia italiana coronate da largo successo di stampa, di critica e di pubblico da almeno un quinquennio. Proviamo a ragionare su alcuni aspetti. Non c'è dubbio che le molte, e spesso improduttive, convulsioni localistiche di alcune forze politiche hanno sicuramente contribuito a sollecitare gli orgogli provinciali seppelliti prima dalla retorica nazionale del post-Risorgimento, tesa a cancellare le culture degli antichi Stati, poi dalla italianizzazione forzosa del nazionalismo fascista con le sue molte ombre, ma anche con alcune luci. Tolto il tappo nazionale, la vivacità e i sedimenti culturali autoctoni sopravvissuti nelle benemerite ma esangui Deputazioni di Storia Patria sono usciti con forza dalla bottiglia. Hanno contribuito anche una serie di altri fattori. Anzitutto il boom del turismo culturale (ma anche, con l'Anno Santo, di quello religioso), poi il diffuso entusiasmo dei giovani e la progressiva spettacolarizzazione delle «belle arti». Si aggiungano alcune grandi operazioni di recupero e restauro (vedi il caso di Santa Giulia a Brescia) e il positivo riassetto della legislazione in materia con ben due «codici» in pochi anni e, ancora, il proliferare dì edizioni locali di grandi quotidiani nazionali e il netto miglioramento, con qualche eccezione, della tradizionale stampa locale sollecitata dai fortunati esiti degli eventi culturali organizzati nel loro «antico Stato». Forse un altro elemento da non sottovalutare è un certo declino delle due tradizionali «capitali» culturali italiane, Venezia e Firenze. Sedi di grandi mostre, di grandi istituzioni, anche straniere (si pensi alla Venice International University o all'Istituto Europeo e alle oltre 40 sedi di atenei americani a Firenze), le due città sono diventate le centrali di un turismo dì massa interessato essenzialmente a tre o quattro «pezzi» famosi e alle bancarelle di «souvenir» per cui le pure importanti mostre e manifestazioni organizzate in questi due centri «maggiori», finiscono per essere sommerse da un turismo, come sì é detto, di massa e non di qualità. È, invece, la qualità quella su cui puntano centri come Brescia, Mantova, Ferrara o Genova. C'è solo da augurarsi che l'idea che le iniziative culturali debbano essere sempre «remunerative» non finisca per «indurre in tentazione» gli organizzatori, pubblici e privati, e anche quelli «ecclesiastici» sempre più propensi a imporre a fedeli e turisti il biglietto d'ingresso per pregare.
Il turismo di massa segna il declino delle mete classiche
Le mostre culturali in provincia italiana hanno raggiunto un grande successo di pubblico e di critica negli ultimi anni. Questo fenomeno è stato contributo anche da forze politiche locali che hanno sollecitato gli orgogli provinciali. Il boom del turismo culturale, l'entusiasmo dei giovani e la progressiva spettacolarizzazione delle belle arti hanno contribuito a questo successo. Inoltre, la positiva legislazione in materia e il miglioramento della stampa locale hanno favorito la crescita di queste iniziative. Un altro fattore importante è stato il declino delle due capitali culturali italiane, Venezia e Firenze, che hanno perso la loro centralità e sono diventate centrali di un turismo di massa.
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