Nell'attuale scompensazione degli equilibri tra i poteri pubblici italiani, il ruolo delle Soprintendenze diviene sempre più spesso un punto critico: e non stupisce che questo sia particolarmente evidente in una città come Firenze. Si tratta di un nodo complesso, come ha mostrato (al di là del folklore) la polemica che ha opposto l'assessore Da Empoli ad alcune funzionarie. Personalmente nutro molti dubbi sull'opportunità politica del 'metodo Arcore' praticato da Matteo Renzi, e nel merito credo che l'esito dell'operazione (la sottrazione di fondi del Polo museale da parte del Comune) rischi di risolversi o in una partita di giro puramente mediatica, o in un pericoloso precedente di erosione locale di un fondamentale principio di solidarietà nazionale. Ma quello scontro è un episodio di una partita più vasta e più profonda. Una delle ragioni d'essere delle Soprintendenze è proprio la resistenza agli interessi del potere locale: se in questi centocinquant'anni lo Stato avesse ceduto la tutela ai comuni, probabilmente oggi il tessuto storico-artistico e paesaggistico del Paese sarebbe assai più compromesso. Per resistere efficacemente al potere elettivo, tuttavia, le Soprintendenze devono godere di un prestigio indiscutibile, i cui presupposti irrenunciabili sono l'autorevolezza scientifica e la solidità culturale, la terzietà politica e l'assoluta fedeltà all'interesse pubblico, la rinuncia a costruire un sistema di potere autonomo e il rigoroso rispetto della politica culturale portata avanti dagli enti locali. Invece a Firenze, per molto tempo, l'opacità e l'inadeguatezza culturale del potere politico ha consentito alla Soprintendenza una sorta di monopolio che poteva anche prescindere da alcune di queste fondamentali caratteristiche. L'arrivo di Renzi a Palazzo Vecchio ha provocato, anche da questo punto di vista, una rivoluzione: una rivoluzione, a mio giudizio, salutare. Se vuole tener testa (come deve, per mandato costituzionale) a questo sindaco, la Soprintendenza deve oggi recuperare smalto su tutti i fronti. Se lo farà, e se si stabilirà una corretta dialettica dei poteri, la città non potrà che guadagnarne. I segnali di questi ultimi giorni, tuttavia, non sono incoraggianti. Dopo la polemica «delle zie», infatti, la soprintendente Acidini ha diramato un ordine di servizio che vieta ai funzionari che dipendono da lei di partecipare al dibattito pubblico: il direttore degli Uffizi o quella del Bargello non possono più esprimere nemmeno le loro opinioni personali perché «il ruolo che ciascuno riveste lo qualifica come rappresentante della pubblica amministrazione». Questo provvedimento, che è ai limiti delle garanzie costituzionali, mira a lasciare alla sola soprintendente il diritto di parola: e ci si aspetterebbe a questo punto che esso venisse esercitato nel modo più sobrio, misurato ed istituzionale possibile. In realtà, accade il contrario. A chi le faceva legittimamente notare come sia bizzarro che una scultura comprata dallo Stato sotto il nome di Michelangelo giaccia da oltre un anno in un deposito, Cristina Acidini ha risposto attraverso un'intervista a dir poco scomposta. In essa si attaccano veementemente «interessi morbosi», interventi critici ritenuti illegittimi, schieramenti personali; si giudicano «non sereni» i giudizi negativi; ci si dichiara solidali con l'appena scomparso Giancarlo Gallino, il mercante che ha venduto l'opera allo Stato. Altrove l'Acidini aveva parlato di un'opposizione 'di sinistra' all'operazione Michelangelo, colorando così di politica tout court un dibattito di politica culturale. Comunque la si pensi, la sobrietà e l'imparzialità che la soprintendente impone ai suoi dipendenti dovrebbero a maggior ragione caratterizzare le sue stesse esternazioni. Un cittadino si sentirebbe decisamente più garantito da una funzionaria che risponda nel merito senza demonizzare i suoi critici; che abbia a cuore l'interesse pubblico (vale a dire l'accertamentio della verità scientifica, qualunque essa sia) almeno quanto la solidarietà a singoli privati; e soprattutto che tiri finalmente fuori dal deposito ed esponga l'opera discussa. Nell'assai encomiastico necrologio di Gallino che è stato pubblicato su un sito web frequentatissimo (Exibart), si dice che l'antiquario proprietario del cosiddetto Michelangelo «aveva al suo fianco critici come Federico Zeri, Giancarlo Gentilini, Cristina Acidini, Antonio Paolucci». Ecco, se la Soprintendenza vuol tornare ad essere autorevole, bisogna, per esempio, evitare che un osservatore esterno possa avere l'impressione che la soprintendente sia «a fianco» di un antiquario dal quale ha comprato per lo Stato un'opera molto, ma molto, discussa. Un tempo si diceva che sulla moglie di Cesare non deve gravare nemmeno un sospetto: oggi, come è noto, in Italia la moglie di Cesare ha divorziato e Cesare andrà a processo per fatti di prostituzione. Tuttavia, se vogliamo ricostruire un equilibrio tra i poteri, il recupero di una piena credibilità di tutti gli attori istituzionali appare una condizione fondamentale. Tomaso Montanari