Tremonti teme il flop dell'asta per il digitale terrestre: "congelati" 2,4 miliardi fino all'autunno ROMA. Per ora ci sarà una stretta ai rubinetti della spesa, ma a settembre potrebbe calare la mannaia. Il super-ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha dato un altro dispiacere ai colleghi di governo, costringendoli a una cura dimagrante da 2,4 miliardi, un digiuno provvisorio peri prossimi cinque mesi, con il rischio però che si trasformi in un taglio permanente se non entreranno in cassa i soldi delle frequenze tv messe in vendita e da cedere all'asta in autunno. Un brutto colpo per i ministri già alle prese con le drastiche riduzioni di budget (i famosi "tagli lineari") ai quali Tremonti li ha costretti con la legge di stabilità. Fra i più colpiti c'è il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, che è rimasto a mani vuote anche dopo l'ultimo decreto Milleproroghe ed ha gettato la spugna annunciando le dimissioni, mentre cresce la protesta di lavoratori e manager dello spettacolo - che culminerà con uno sciopero generale - per i tagli del Fus, (il Fondo unico), rimasto quasi a secco Gli altri ministri stanno facendo meno rumore di Bondi ma sono preoccupati lo stesso, come hanno spiegato a Tremonti giovedì pomeriggio. Il superministro è stato però irremovibile: «Le autorizzazioni di spesa saranno date con il contagocce fino a quando non verranno incassati gli introiti delle frequenze tv». Il problema esiste e non è da poco: vale 2,4 miliardi. Tanto per capirci, è la cifra che copre metà delle spese previste dal maxi-emendamento del governo da 5,7 miliardi, approvato a dicembre per dare sostanza alla Finanziaria. Tremonti ieri ha comunicato ufficialmente che il Tesoro ha disposto l'«accantonamento provvisorio» dei 2,4 miliardi «a titolo cautelativo, in base ad un criterio di sana e prudente gestione del bilancio pubblico». Se in autunno l'asta delle frequenze tv non darà i risultati stimati, allora «gli accantonamenti prudenziali saranno trasformati in tagli definitivi non lineari». Il comunicato di Tremonti suona come un avvertimento peri ricalcitranti ministri: per qualche mese il Tesoro stringerà i rubinetti a colpi di circolari interne per decidere, a settembre con la legge di stabilità, se trasformare il giro di vite in un piano di tagli definitivo. «Questo è un brutto segnale. Evidentemente c'è il timore che i soldi delle frequenze possano non arrivare. Se poi consideriamo che le altre coperture della Finanziaria dipendevano dalla lotta all'evasione, il quadro è completo», dice al Secolo XIX Francesco Boccia, deputato Pd della commissione Bilancio. Boccia teme anche un «impatto» sul federalismo: l'ultimo decreto è in attesa del via libera delle Regioni, che pretendono il pagamento di una prima tanche di 480 milioni promessa a dicembre dal Tesoro per i trasporti locali. Soldi che finora non sono arrivati e ora si capisce anche il perché. La stretta ha gettato i ministri nel panico. Bondi ha fatto sapere che l'«accantonamento» deciso da Tremonti «rende di fatto indisponibili tali risorse» fino a quando non saranno state vendute le frequenze tv. I primi a farne le spese sono i lavoratori dello spettacolo perché il Fus non verrà reintegrato mentre le altre «esigue dotazioni» del ministero non basteranno a finanziare «manutenzione e restauro di musei, chiese, monasteri, monumenti e siti archeologici». Il sottosegretario Francesco Giro ha chiesto aiuto «non a Tremonti ma direttamente al presidente del Consiglio» nel tentativo di placare la protesta. La scure del Tesoro mette in ginocchio teatri ed enti con un effetto domino che rischia di far saltare grandi eventi culturali come la Mostra del Cinema di Venezia. Ma Tremonti non ha prestato ascolto alle invocazioni di Bondi, che si è sentito rispondere: «I conti pubblici vengono prima di tutto».
Ministeri e Regioni, nuova stangata
Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha deciso di accantonare provvisoriamente 2,4 miliardi di euro, destinati alle spese del digitale terrestre, fino a quando non verranno incassati gli introiti delle frequenze tv messe in vendita. Ciò significa che i ministri dei vari portafogli dovranno fare una "cura dimagrante" per cinque mesi, con il rischio che si trasformi in un taglio permanente se non entreranno in cassa i soldi. I tagli sono stati decisi a causa della mancanza di fondi per le spese previste dal maxi-emendamento del governo da 5,7 miliardi.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo