Se la "fabbrica dei sogni" dovesse chiudere, su tutti noi, pur non avendo responsabilità dirette, calerebbe un pesante velo di vergogna per non aver impedito la fine di una delle più alte espressioni culturali del Novecento, simbolo della modernità più di qualsiasi altra realizzazione del secolo scorso. Cinecittà, insomma, non può morire. Bando alla retorica e alle giustificazioni economicistiche: si trovino i soldi per far vivere un'istituzione che è lo scrigno della nostra memoria, come autorevolmente è stato detto, oltre che il simbolo della migliore creatività italiana. Non starò a ripetere quello che hanno sostenuto tutti in questi giorni di passione, ma non posso fare a meno di ricordare, anche un po' brutalmente se si vuole, che il danno fatto a Cinecittà e all'Istituto Luce non è improvviso, imprevisto, legato ad una qualche calamità. Era da tempo che s'approssimava la crisi i cui segni si coglievano nell'incuria, nell'indifferenza e nell'incapacità di chi avrebbe dovuto provvedere a raccogliere le preoccupazioni dei responsabili, da ultimo di Luciano Sovena che con dedizione ed intelligenza si è prodigato per tenere in vita struttura, archivio, materiali provvedendo per come ha potuto affinché la sventura non si abbattesse su quella dimenticata gloria che fa parte della nostra identità. Se penso ai racconti ascoltati da Folco Quilici riferiti a quel complesso di emozioni e di documentazioni, di passioni e di storia, avverto pulsioni rabbiose come quelle che avverte chiunque di fronte allo scempio ingiustificato. Ma ci si rende conto che chiudere Cinecittà è come demolire il Colosseo? Tra duemila anni la portentosa fabbrica non del consenso (come pure venne concepita, non senza ragione), ma della fantasia italiana, avrà la stessa dimensione storica dell'arena degli imperatori Flavi che oggi cerchiamo di proteggere in tutti i modi. Sempre che sopravviva ai ragionieri che quest'anno le hanno destinato la miseria di 7,5 milioni di euro a fronte dei già pochi 18 milioni dello scorso anno. Che cosa ci si fa con una cifra del genere? Al massimo si pagano degli operai per murare il tutto e preservare una materia priva di vita raccogliendola in un immenso sepolcro. Vedo con qualche speranza le amministrazioni prendere per una volta unitarie posizioni al riguardo. Spero che il governo non si tiri in dietro e che i soldi li trovi davvero, ricorrendo magari ad una colletta o ad una lotteria insomma, chi è deputato a proteggere ciò che è di tutti, di tutta l'umanità intendo, deve adoperarsi anche sfondando il muro dell'impossibilità. Per quanto sia difficile di questi tempi far quadrare i bilanci, non si capisce come e perché altre istituzioni, alla fine, qualcosa alla fine riescono sempre a portare a casa, mentre Cinecittà dovrebbe tirare le cuoia. Si dirà, come al solito, che la questione è molto più ampia Senza dubbio. E si capisce che l'approccio alla cultura ai beni e alla produzione di idee, è sempre piuttosto complicata. Ma se si assume di fronte ad essa un atteggiamento fatalistico, la catastrofe è inevitabile. E' necessario, dunque, un atteggiamento diverso, nel quale il pubblico ed il privato marcino uniti verso il condiviso obiettivo di salvaguardare e sviluppare le risorse culturali, per non trovarci alle prese con sempre nuove emergenze. Cinecittà è, dunque, una priorità. Si mettano sul tavolo proposte credibili e si proceda in tempi rapidi all'erogazione dei fondi necessari. E' possibile, di fronte a situazioni tanto deprecabili, che il denaro quando si vuole lo si trovi per tutto, a cominciare dai più idioti giochini televisivi, peraltro beceri ed immorali, e non per cose maledettamente serie come la salvezza di istituzioni culturali che se ben gestite possono produrre ricchezza ed occupazione? Speriamo che la domanda per una volta abbia risposta. Con i fatti, naturalmente.
Si trovino i soldi. Cinecittà non può morire.
Il testo esprime preoccupazione per la chiusura di Cinecittà, la "fabbrica dei sogni" e simbolo della modernità italiana. Il testo sostiene che la chiusura non è improvvisa, ma è stata prevista per tempo e che ci sono stati segnali di incuria e indifferenza. Il testo richiama la memoria della struttura e della sua importanza per la cultura italiana. Si sostiene che la chiusura di Cinecittà sarebbe come demolire il Colosseo e che la sua salvaguardia è necessaria per la cultura italiana. Il testo richiama l'importanza di unire pubblico e privato per salvaguardare le risorse culturali e di procedere rapidamente all'erogazione dei fondi necessari.
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