Caro Bob - Il ministro Giulio Tremonti ha congelato ventisette milioni dal budget della cultura. Non più duecentocinquantotto (258) milioni di euro ma duecentotrentuno (231) per il fondo unico dello spettacolo. Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che già aveva fatto poco per il proprio ministero, avendo offerto le proprie dimissioni, non può fare nulla contro il machete del ministro dell'Economia se non emettere qualche ultimo disperato singhiozzo. Per quantificare meglio il danno subito sarebbe molto utile capire nel dettaglio, in Italia i dettagli non contano mai, come questi duecentotrentuno milioni rimasti dovrebbero essere spesi. Possibile avere una lista precisa di ogni specifico finanziamento? Probabilmente no. Probabilmente no, perché se si avesse una lista dettagliata della spesa si potrebbe venire a scoprire che molti soldi sono spesi male se non addirittura buttati via. Al momento duecentotrentuno milioni di euro possono essere sia pochissimi che tantissimi. Un'altra domanda alla quale è sempre difficile avere una risposta, oltre a quella di dove vanno i soldi, è cosa viene prodotto con quei soldi. A una spesa deve corrispondere se non un acquisto almeno un risultato evidente. Detto questo l'atteggiamento del ministro Tremonti nei confronti della cultura è irresponsabile. Un paese culturalmente umiliato è un paese senza speranza. Ma Tremonti non è un caso isolato, bensì il frutto di una mentalità diffusa. Nel nostro paese la cultura viene sempre vista come qualcosa di marginale, superfluo, improduttivo. Il ministero dei Beni culturali è spesso stato considerato un ministero "minore" e quindi affidato a personaggi minori. La mia generazione, ma anche quella più contemporanea, è cresciuta con l'idea che l'impegno in qualsiasi campo della cultura fosse tempo perso e una strada destinata al fallimento. Una volta terminato il liceo e davanti alla scelta della facoltà, chi decideva d'iscriversi a facoltà umanistiche, a Lettere o Filosofia o a Lingue, incontrava quasi sempre l'opposizione dei genitori che consideravano una scelta del genere la condanna automatica alla disoccupazione. La domanda era sempre la stessa: «Ma quando hai preso una laurea in filosofia o storia dell'arte che te ne fai? Che lavoro troverai?». La maledizione del posto fisso, non importa se frustrante o completamente opposto ai nostri interessi e alle nostre passioni, è stata ed è ancora la maledizione del nostro paese e della nostra società. Questa mentalità ha sclerotizzato completamente il sistema sociale italiano. Mentre un tempo si accettava supinamente d'intraprendere una strada contraria alla nostra natura pur di ottenere la sicurezza quotidiana. Oggi i giovani sono dilaniati dal desiderio di far sbocciare le proprie passioni e l'impossibilità di farlo in una società che, considerando la cultura un settore economicamente irrilevante, non è riuscita a costruire né la mentalità né le infrastrutture necessarie, scuole, accademie, musei, teatri eccetera eccetera, capaci di accogliere una forza lavoro dinamica, innovativa e creativa. Ricordo ancora quando, avendo deciso d'intraprendere l'attività artistica e volendomi iscrivere all'Accademia di Belle arti, aggirai il sospetto dei miei genitori per tale bizzara scelta optando per il corso di scenografia. Motivando tale decisione con il fatto che una volta diplomato avrei potuto lavorare come scenografo alla Rai. Non era vero, ma funzionò a tranquillizzare i genitori che, come tutti gli italiani, vedevano la televisione di Stato come un porto dove, una volta approdato, avrei avuto una sicurezza lavorativa eterna. Il ministro Tremonti ha nei confronti della cultura lo stesso atteggiamento della famiglia italiana. Un atteggiamento misto fra il sospetto e il disgusto. Senza voler tirare fuori il solito trito argomento che la cultura è il petrolio italiano dobbiamo comunque domandarci dove il nostro paese finirà una volta che gli verrà a mancare qualsiasi forma d'infrastruttura culturale. Per un giovane voler pensare di lavorare nel cinema, nel teatro, in un museo o in un giornale è oggi un pensiero suicida. Infatti in nessuno di questi campi ci sono risorse necessarie che possano offrire una posizione lavorativa dignitosa. Chi decide d'investire il proprio futuro nella cultura deve essere pronto a trascorrere interminabili anni sottopagato se non addirittura non pagato. Sperando che un giorno si presenti l'opportunità di un posto fisso al quale si arriverà probabilmente vicini alla mezza età. Tremonti è bravissimo a fare i suoi calcoli, ma gli chiediamo il favore di farne un paio in più utilizzando non numeri ma valori, morali e sociali. Una nazione senza cultura è una nazione dove i valori morali e sociali equivalgono a zero. Zero debito più zero cultura per la matematica, che il ministro conosce molto bene, fanno zero. Nessuno, nemmeno Tremonti, vuole uno zero di paese.