Si erano lasciati il giorno della sfiducia al ministro Sandro Bondi al sit-in a piazza Montecitorio con la promessa di non interrompere la protesta contro i tagli alla cultura. Ma non si aspettavano di certo di dover assistere a un ulteriore stroncatura dei già insufficienti fondi al Fus (Fondo unico per lo spettacolo). Già, la notizia del congelamento di altri 27 milioni - previsto da alcuni commi della Finanziaria che rinviano a provvedimenti del ministero dell'Economia riguardanti eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche - per chi di cinema e di spettacolo vive apre uno scenario ancora più drammatico di quello già complicato dai tagli. Oltretutto perché i 27 milioni non potranno comunque essere utilizzati fino alla fine dell'anno, anche qualora la vendita delle frequenze avesse buon esito: cosa che per produzioni cinematografiche o per il mantenimento di alcuni enti significa la possibile fine. Davanti a questo, tutto il comparto il giorno dopo la notizia si è letteralmente scatenato. A partire dal regista Paolo Virzì che ha denunciato come «il progetto del governo è chiaro. La sua arroganza contro la cultura, che è il nostro petrolio, dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che questi politici non sanno governare il nostro paese». E che per questo motivo ha chiamato l'intero settore alla mobilitazione: «Blocchiamo tutto». Di sicuro in piazza domani per il "Costituzione day" ci saranno i Centoautori ormai in mobilitazione permanente contro Bondi: «Non scendiamo solo per l'ennesimo taglio - spiega al Secolo Andrea Purgatori - ma perché questo Paese non ha una politica culturale così come manca la creatività nel reperimento dei soldi. Sappiamo che c'è una crisi, e non vogliamo mica che vengano tolti i soldi agli operai, però esiste un "modello francese" che prevede una tassazione di filiera: perché non lo facciamo anche in Italia dove ognuno dei soggetti che guadagna dallo spettacolo versa una percentuale minima che bastarebbe da sola a finanziare tutto il settore?». Rispetto a questo, poi, vi è da registrare anche l'ennesima anomalia rappresentata dall'attuale "limbo" in cui si trova Sandro Bondi: «Prima - continua Purgatori - avevamo un'assenza dal punto di vista ministeriale, nel senso che Bondi non ci ha mai ricevuti. Adesso viviamo un vero e proprio vuoto politico, perché abbiamo un ministro che si è dimesso ma non abbiamo un sostituto: insomma sembra di essere nei film catastrofici di Steve Mc Queen . Ma le proteste continueranno. Di ora in ora crescono le adesioni alle "Tre Giornate di mobilitazione a favore della cultura e contro i tagli ai finanziamenti pubblici", promosse per il 26, 27 e 28 marzo da Agis, Federculture, Anci, Upi e Conferenza delle Regioni che parlano di «metodo Marchionne» riferendosi proprio alla gestione di Tremonti. Anche perché, conseguentemente ai tagli contenuti in Finanziaria, continua lo stillicidio degli enti culturali. Dopo la notizia della possibile chiusura (sempre a causa di tagli) di Cinecittà un'altra importante istituzione è a rischio: l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. E ieri si sono registrate le (annunciate) dimissioni di Bruno Cagli, presidente dell'Accademia «Al Cda di lunedì mi presenterò dimissionario. Non voglio essere responsabile dello sfascio di questa istituzione». Dalle parole del presidente - che ha gestito anche il Teatro dell'Opera e l'Accademia Filarmonica - si legge tutta la frustrazione di un interno mondo rispetto alla gestione dell'industria culturale da parte dell'esecutivo: «Nella mia lunga carriera ho reso il mio servizio presso le tre istituzioni musicali romane e adesso non mi sento in nessun modo di essere il responsabile della dismissione di attività dell'Accademia di Santa Cecilia che io stesso ho voluto». Davanti a tutto questo che cosa hanno detto i diretti interessati? C'è chi, come il ministro dimissionario Bondi ha concluso "in bellezza" la sua avventura spiegando di essere all'oscuro di tutto: «Un'amara sorpresa», per cui «posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l'autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l'attuale situazione». Più loquace il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro che ha invitato il governo «a reintegrare, dove possibile, le risorse perdute, in quanto il sistema della cultura rischia di arrestarsi». Insomma, una gara allo scaricabarile. A questo punto «da Giro ci aspettiamo non parole di circostanza, ma atti di governo concreti. E se non ne è capace le dimissioni». A parlare è Fabio Granata, deputato di Fli e membro della commissione Cultura, per il quale il congelamento dei fondi al Fus «è la dimostrazione di ciò che sosteniamo da tempo: ossia che si sta continuando nell'assurda demolizione delle principali istituzioni pubbliche, che rappresentano la più grande storia culturale del pianeta che è quella italiana» Tra Istituto Luce, Accademia di Santa Cecilia e la crisi diffusa tra le fondazioni liriche «si registra un'emergenza straordinaria nel 150 dell'Unità, altro che riforma della giustizia: ciò che servirebbe è una sessione politica e parlamentare dedicata a superare questa emergenza». Anche per questo, dunque, «per contrastare la politica dei tagli ciechi», sia Granata che altri esponenti di Fli saranno domani alla manifestazione nata in difesa della Carta costituzionale: «Un modo per ribadire la nostra piena adesione ai valori del patriottismo repubblicano».