La Spezia. Nel cimitero di Pitelli c'è la memoria, almeno. Di Giorgio Pensa, «valoroso garibaldino», di Sante Berti, «scomparso tragicamente sul lavoro», di Amintore Nebbia Colomba e Nicoletta Benvenuto che emigrarono in Argentina per bisogno e tornarono per amore. Di fronte al cimitero di Pitelli c'è il Golfo dei Poeti con il profilo incantevole delle isole, la struggente bellezza di Portovenere, la suggestione delle Cinque Terre che s'intuiscono laggiù, dove tramonta il sole, tra il mare azzurrissimo e le colline coltivate a ulivi. Sotto il cimitero di Pitelli non c'è niente: un'erba malata copre l'atrocità della più grande discarica tossica d'Italia. Stamattina, in un'aula del tribunale spezzino, sarà celebrato l'ultimo atto di un processo che si trascina da otto anni e non è ancora arrivato alla sentenza di primo grado. L'imputazione è gravissima, disastro ambientale: ma il verdetto atteso in serata non farà giustizia, perché a novembre la prescrizione cancellerà tutto. Un benemerito studente dell'università di Pisa, Emiliano Ceretti, ha elencato nella tesi di laurea tutte le leggi che sono state violate nel corso degli anni per consentire alla Contenitori Trasporti di interrare a Pitelli la diossina di Seveso, scarti dell'industria farmaceutica, scorie metalliche, residui della lavorazione del petrolio, benzene, idrocarburi, fanghi sospetti. Le perizie hanno via via rilevato la presenza di mercurio, piombo, cadmio, cromo e nichel nelle acque sotterranee. La discarica era stata avviata per «soli inerti», si sono sempre giustificati gli amministratori, ma resta singolare il nulla osta della Soprintendenza ai Beni Ambientali rilasciato il 17 luglio del 1977 e condizionato «al rispetto della vegetazione esistente negli spazi liberi, alla conservazione e all'incremento della piantumazione con essenze caratteristiche prevalenti nella località». Curiosamente immediata anche la concessione edilizia del comune della Spezia, sindaco il comunista Aldo Giacché, del 18 novembre 1977. E firmata dallo stesso sindaco, il primo dicembre 1978, l'autorizzazione a interrare rifiuti industriali. Il 3 luglio del 1978 arriva il parere negativo dell'ufficiale sanitario Battini? Ignorato. Il 10 settembre 1981 il Laboratorio provinciale di igiene e profilassi rileva il superamento nelle acque dei valori consentiti di alluminio, cadmio, ferro, piombo, cloruri? Ignorato. Poi via così, fino al 27 dicembre 1993, quando a disastro sotto gli occhi del mondo la Soprintendenza riuscirà a concedere un ulteriore ampliamento della discarica. La Marina Militare, che lì vicino ha la polveriera e il centro logistico di Pagliari, adotta il motto dei carabinieri, «usi a obbedir tacendo e tacendo morir». In realtà a morire è un operaio, il 17 luglio del 1984, che ha appena terminato di interrare residui della lavorazione dei silani: Giusepe Stretti, si chiama così, viene investito da vapori di ammoniaca, cloro e acido cloridrico. Davvero una storia italiana, quella di Pitelli. Con il principale responsabile, l'imprenditore spezzino Orazio Duvia, al quale i magistrati sequestrano un'agenda con tutti i nomi dei corrotti: politici, funzionari, periti, persino un ambientalista militante che faceva da quinta colonna nello schieramento avverso. Paolo Crecchi crecchiilsecoloxix.it
LIGURIA - Beffa a Pitelli, paradiso perduto
Il cimitero di Pitelli a La Spezia è il luogo di sepoltura di persone che hanno subito gravi danni a causa della discarica tossica di rifiuti industriali. La discarica è stata avviata nel 1977 e ha causato la presenza di sostanze tossiche nelle acque sotterranee. Le perizie hanno rilevato la presenza di mercurio, piombo, cadmio, cromo e nichel. Il processo che si trascina da otto anni riguarda la responsabilità degli amministratori e imprenditori coinvolti nella gestione della discarica. La prescrizione cancellerà il verdetto atteso in serata, che non farà giustizia alle vittime.
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