«Sia un luogo aperto. Esiste un progetto di Aldo Rossi» Lo studioso. Un decennio nell'istituzione Hans Ottomeyer, nato il 12 marzo 1946, è direttore del Deutsches Historisches Museum di Berlino dal 2000 e presidente della Fondazione proprietaria del Museo dal 2009. Il prossimo 12 marzo andrà in pensione ma un sostituto non è ancora stato indicato. Hans Ottomeyer direttore del Deutsches Historisches Museum interviene nella discussione aperta da Carandini e Galli della Loggia BERLINO Il professor Hans Ottomeyer ha scritto a penna tre numeri sullo stipite della porta bianca del suo ufficio: 45, 24, 12. Per averli sempre a portata di sguardo. I 45 milioni sono quanto è costata la nuova ala del «suo» Deutsches Historisches Museum, progettata da I. M. Pei. Altri 24 milioni sono andati nella ristrutturazione della Zeughaus, il corpo antico del museo, l'edificio più vecchio, barocco, che si affacci sulla Unter den Linden di Berlino, in origine un arsenale dell'artiglieria prussiana. Dodici milioni sono stati spesi per mettere insieme la collezione permanente, partendo da zero. «Certo, anche voi, in Italia, potreste creare un museo della vostra storia», dice l'accademico che dal 2000 guida quella che è probabilmente la maggiore istituzione europea di storia nazionale. E gioca a immaginarlo. «Sotto al monumento a Vittorio Emanuele II a Roma. Oppure potreste prendere il progetto che Aldo Rossi fece per noi negli Anni Ottanta e non fu realizzato perché poi la storia ebbe una svolta: magari viene via gratis». I tre numeri sullo stipite possono essere interessanti dopo che Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia dalle pagine del «Corriere» hanno proposto al presidente Napolitano di farsi promotore di un museo della storia d'Italia, in occasione del 150 anniversario dell'Unità. Per molti versi, il Deutsches Historisches Museum, uno dei tre soli musei federali tedeschi, potrebbe esserne un modello, per come è nato, per come è gestito, per i contenuti. E uno stimolo, visti i suoi successi. Un'iniziativa simile la Maison de 1'Histoire è d'altra parte in preparazione a Parigi, tra mille controversie à la française, su iniziativa del presidente Nicolas Sarkozy: obiettivo, «illuminare l'anima» della Francia è stato detto. Per pensare a un museo del genere, secondo Ottomeyer, occorre essere chiari su un paio di punti. Innanzitutto, la definizione «museo di storia nazionale» non gli piace, in tempi di globalizzazione. «Con il termine Deutsche spiega noi intendiamo la gente che parlava e parla tedesco, da distinguere da quella che parlava latino. Nel 2000 abbiamo eliminato il termine "nazionale", perché la tua storia non è mai solo storia di te stesso ma deve comprendere anche i tuoi vicini». In secondo luogo, il professore (alla Humboldt Universität, proprio di fianco al museo) chiarisce che un'istituzione del genere non deve essere vista come un fossile, deve anzi influenzare il dibattito pubblico. «Posso dire che siamo stati capaci di cambiare i termini del dibattito e del lavoro degli storici sostiene . Per Adorno la storia tedesca ha un collo di bottiglia che finisce nell'Olocausto. Dopo, niente, tutto veniva tagliato a quel punto. Noi invece abbiamo diviso il Museo in due parti: una, da prima di Cristo alla guerra 1914-18; la seconda, un intero piano, dedicata al Novecento, cioè alla Repubblica di Weimar, al nazismo, alla guerra mondiale ma anche al ritorno della democrazia a Ovest, al comunismo a Est, alla caduta del Muro di Berlino e alla Riunificazione. Abbiamo immesso nuova vita nel dibattito storico». La discussione su un grande museo della storia iniziò nei primi anni Ottanta, quando l'allora sindaco di Berlino Ovest, Richard von Weizsacker, propose di creare una collezione sulla storia della Prussia. Il dibattito si accese e andò avanti fino a quando, nel 1987, il cancelliere Helmut Kohl chiuse la discussione con la decisione di costruire un museo di tutta la storia tedesca sulle rive della Sprea, di fronte al Reichstag. Un concorso internazionale vide la vittoria del progetto dell'architetto Aldo Rossi, quello che Ottomeyer «offre» divertito all'Italia. Nel frattempo, però, era arrivato il 1989, il Muro crollava e anche i piani per il Museo prendevano una nuova direzione. Nella parte Est della città c'era la Zeughaus, che ospitava un museo di storia tedesca fondato sul materialismo storico e scientifico"cioè d'impostazione marxista-leninista. Si prese quell'edificio, lo si svuotò e ristrutturò, al fianco fu costruita una nuova ala per le esposizioni temporanee progettata dall'architetto sino-americano Ieoh Ming Pei. E i curatori iniziarono a comprare quadri, fotografie, sculture, tappeti, vecchie armi, armature, oggetti d'uso comune, manifesti politici, tutto ciò che potesse andare a creare l'iconografia della storia tedesca. «Oggi possediamo 800 mila artefatti dice il professore . Nella collezione permanente ne esponiamo 80 mila e una parte la facciamo ruotare ogni due o tre anni». Una collezione in continuo aumento fino a due anni fa. «Io ho comprato, ho comprato all'eccesso racconta Ottomeyer, che del museo è direttore e allo stesso tempo presiede la fondazione che ne è proprietaria . Fino a quando i ministeri della Cultura e delle Finanze non mi hanno fermato». Il risultato sono 900 mila visitatori nel 2010, «uno dei pochi musei al mondo in cui la collezione permanente è visitata più delle mostre temporanee». Mostre comunque di grande impatto, organizzate seguendo cinque criteri: i dibattiti in corso nel Paese, gli anniversari, le curiosità trattate di rado (un successo è stata nel 2009 la mostra sulla lingua tedesca), la cooperazione con altri musei, l'esposizione di parti non conosciute della collezione. Nei mesi scorsi, ha avuto grande risonanza la mostra su Hitler e i tedeschi, due anni fa quella sul Calvinismo. Pensando all'Italia, Ottomeyer calcola che per fare funzionare un museo della storia servirebbero, oltre all'investimento iniziale, una ventina di milioni l'anno, tanti quanti vanno a formare il bilancio del Deutsches Historisches Museum (19 dallo Stato e tre dalla vendita dei biglietti e dall'attività commerciale). Il direttore-presidente che il 12 marzo compirà 65 anni e lascerà gli incarichi non apprezza la formula del museo-fondazione: troppi «politici, gente dei partiti, funzionari dei ministeri» che mettono il naso nel Curatorium, il consiglio che lo dirige. Ciò nonostante, il museo della storia tedesca di Berlino funziona e può essere un modello sostiene. «Siamo un caso di fattibilità, la dimostrazione che si può fare e come», dice, appoggiato allo stipite della porta bianca. L'appello L'iniziativa. L'appello al presidente Giorgio Napolitano per un museo della storia d'Italia è stato lanciato sul «Corriere della sera» da Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia il 21 febbraio 2011 Ricerca. Martedì 22 è intervenuto nella discussione lo storico Alberto Meloni. Sabato 26 è toccato a Ferruccio Ferruzzi, che ha sottolineato la funzione di un museo come luogo di ricerca. Modi. Domenica 27 Io storico Walter Barberis ha proposto la mostra «Fare gli italiani» che si inaugurerà a Torino il 17 marzo alle Officine grandi riparazioni come nucleo del futuro museo della storia d'Italia. Lunedl 28 Ennio Caretto ha raccolto i suggerimenti di James Gardner del National Museum of American History di Washington.
Corriere della Sera
10 Marzo 2011
Museo della storia d'Italia. Una proposta da Berlino
DA
Danilo Taino
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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