LIVORNO La tragica ballata del vecchio marinaio di Coleridge ancora non era stata scritta, ci sarebbero voluti secoli e secoli. Ma la ballata del mare è sempre la stessa. E così gli sfortunati marinai delle due navi onerarie che in epoche diverse ma con la stessa meccanica avevano cercato di scappare la burrasca di maestrale buttandosi dietro l'isola di Capraia, saranno certo passati per gli stessi orrori: la disperata lotta contro vento e onde frangenti, con la nave sbandata e incapace di tenere la rotta, il carico in parte lanciato fuoribordo per alleggerirsi e poi l'ultima illusione, la punta nord dell'isola, dietro la quale la salvezza. Ma da migliaia di anni è una trappola, quella maledetta punta nord, perché a poche centinaia di metri si ergono ritti e seminascosti dagli spruzzi un pugno di scogli irti e taglienti come denti di una gigantesca sega, le Formiche. Oggi non si vedono neppure con il radar, allora nella lotta disperata con gli elementi erano come la bocca spalancata dell'inferno, pochi doppiando stretto il capo potevano evitarla, e se ne accorgevano solo quando i suoi denti si piantavano sulle tavole della carena, tutto schiantando e strappando. Non l'evitarono, a distanza di secoli, le due povere navi da trasporto che in questi giorni sono tornate alla ribalta sul fondale grazie a una serie di mezze ammissioni e al passo falso di un gruppo di razziatori subacquei. Si tratta di una nave di epoca etrusca, probabilmente spezzata in due dall'urto contro la scogliera, che ha seminato durante la sua agonia centinaia di reperti sulla sabbia sottovento, e una più recente nave oneraria romana, di cui s'indovinano più che altro i residui delle ordinate e del fasciame protette da secoli sotto la prateria di posidonia. Del relitto romano molti avevano da tempo raccolto chiari indizi: dopo le burrasche emergevano dalla sabbia qualche coccio, colli d'anfora, legname lavorato quasi fossile. Ma la nave etrusca è stata una sorpresa, specie quando il comandante della minuscola Locamare di Capraia della Guardia Costiera, il trentenne capo Vincenzo Lippo, s'è ritrovato tra le mani un sacco da sub pieno di piatti e ceramiche etrusche in buona parte perfettamente conservati. Il sacco, a quanto si è appreso, era stato visto per caso da un turista che nuotava in superficie con la maschera: inquattato tra due scogli della costa, lo aveva incuriosito e quindi l'aveva segnalato alla Guardia costiera. Lippo è sveglio e s'è precipitato, trovandosi tra le mani quel piccolo tesoro. Poi sono partiti i sub del Diving center locale, guidati da Sandro Pettarin, e le navi sono venute fuori, semisepolte tra sabbia e posidonie. Ora si tratterà di avviare una campagna di scavi subacquei, tra 20 e 30 metri di profondità, che potrebbe dare davvero risultati importanti: perché a differenza di tanti altri relitti questi due delle Formiche di Capraia sembrerebbero quasi vergini da vandalismi, rapine e da disastri delle reti a strascico. Segnalata la scoperta, la Soprintendenza archeologica di Firenze si è subito mossa e ha fatto emettere dalla direzione marittima della Toscana, a firma dell'ammiraglio Salvatore Giuffrè, un'ordinanza che vieta di navigare, pescare e immergersi in un arco di 300 metri dalle Formiche. Il comandante Lippo ha l'ordine di vigilare ...a mano armata, finché il meteo non renderà possibile l'avvio di una campagna di scavi subacquei razionale e ordinata. Con una speranza per i capraiesi di poter finalmente aprire e arricchire il protomuseo da anni creato sull'isola da un appassionato architetto che non è riuscito a vederlo ufficializzato, ma che già custodisce anche scheletro e armi di un guerriero longobardo, una venere acefala di bella fattura e centinaia di reperti più modesti, ma che raccontano tutti la tragica canzone di centinaia di naufragi e di morte.