Lo storico istituto rischia di chiudere i battenti: «Sottovalutano la cultura» Parla Gabriella Macchiarulo, dell'Archivio storico: «Il ministero ci ha promesso un'agenzia che rilanciasse tutto il settore. Ma tutto è rimasto lettera morta. Eppure siamo in attivo da anni» La dolce vita" è solo uno dei tanti prodotti usciti da Cinecittà famosi in tutto il mondo. Ma ora la "Hollywood sul Tevere" potrebbe chiudere... ROMA. Dice: la cultura non si mangia. Che intanto è falso, perché se la cultura non si mangia, di sicuro dà da mangiare. E poi è anche un pochino ignobile, lo è dovunque e soprattutto in un Paese con una storia come quella dell'Italia. Dice: la cultura non si mangia e poi è ovvio che si finisce per mettere in pericolo persino l'esistenza di Cinecittà Luce. Accade in Italia, 2011. Nel 2004 l'ente riceveva un contributo statale di 29 milioni di euro che nel 2005 diventavano 27, lo scorso anno 17,2 e ora diventeranno infine 7,5. Poco, troppo poco per tirare avanti. «Purtroppo nel nostro Paese c'è una clamorosa sottovalutazione di tutto ciò che produce cultura». A denunciarlo è Gabriella Macchiarulo, dell'Archivio storico Luce. Che spiega: «Tremonti ha detto che la cultura non si mangia: ma se nel solo Lazio ci sono 250 mila addetti che lavorano in quest'ambito! Per non parlare, ovviamente, del valore che ha un istituto che dà spazio a idee nuove, che è in grado di fare sperimentazione, che coltiva giovani talenti che altrimenti non avrebbero mai spazio». Ma come è stato possibile giungere fino a questo punto? «La fusione fra Cinecittà e Luce - spiega ancora Macchiarulo - ci è già costata molto, con sacrifici ingenti, con dei lavoratori che hanno già pagato. Ma la situazione è stata accettata in cambio della promessa, da parte del ministero, della creazione di un'agenzia che rilanciasse tutto il settore. Una cosa come il Centro nazionale di cinematografia in Francia, che fornisse anche aiuto economico. Ma questo progetto è rimasto lettera morta». Nulla di nulla. Nessun progetto. Nessuna prospettiva. «Se lei va nelle varie commissioni cultura di progetti ne trova tanti», sorride amaramente. Alt, facciamo un passo indietro. Perché, a voler fare gli avvocati del diavolo, si potrebbe pensare: il solito ente inutile, un mammut parastatale parassitario che pesa sui bilanci. «Macché - risponde Macchiarulo - abbiamo il bilancio in attivo da tre anni, siamo l'unica azienda che in tempi come questi ha ridotto i dirigenti. Per non parlare dei valori immobiliari. E, ovviamente, di un patrimonio d'archivio dal valore pressoché inestimabile». Un esempio virtuoso anche dal punto di vista industriale, insomma. E di questi tempi non è poco. Ma parlare di numeri, anche quando sono numeri importanti, è ancora limitante. Bisogna infatti capire che quello che una volta era l'Istituto Luce è la più antica istituzione pubblica destinata alla diffusione cinematografica a scopo didattico e informativo del mondo. Nata nel 1924 da un'intuizione di Benito Mussolini, l'ente supererà il trasferimento a Venezia durante la Rsi e la fine del fascismo, giungendo fino a noi come una miniera di filmati, testimonianze e rarità di valore incalcolabile. E ora? «Non sappiamo nemmeno - aggiunge Macchiando - come fare per tutelare il nostro archivio di pellicole infiammabili, che in quanto tali devono essere conservate in un modo molto preciso. Tutto questo, è evidente, va a detrimento sia del numero che della qualità dei lavoratori». E non è un caso se lo spettro della chiusura sta facendo mobilitare tutti gli addetti ai lavori. «Un patrimonio di professionalità e di materiali, noto ed apprezzato a livello mondiale, non può correre il rischio di andare disperso senza provocare danni gravissimi non solo a tutto il cinema ma all'immagine stessa dell'Italia», hanno dichiarato in una nota i presidenti Paolo Protti, Anec, Carlo Bernaschi, Anem, Mario Lorini, Fice, e il segretario dell'Acec, Francesco Giraldo. «È semplicemente impensabile - continua la nota - sciogliere il nesso strettissimo che lega il cinema italiano e Cinecittà Luce, fatto degli studi, della promozione delle opere prime e seconde, dell'archivio storico, della diffusione all'estero e soprattutto delle straordinarie maestranze. Tutti elementi che hanno fatto di Cinecittà un marchio conosciuto ed ammirato ovunque. La stessa ammissione del ministro Bondi sulla insufficienza dei fondi stanziati dal Fus, non può che aggiungere preoccupazione a preoccupazione per l'evidente debolezza politica del responsabile preposto alla tutela delle attività culturali e di spettacolo. Non resta che sperare - hanno concluso i rappresentanti dell'esercizio - che chi ne ha le competenze proceda rapidamente alla designazione di un nuovo titolare del dicastero, scegliendolo tra coloro che sono nelle condizioni di poter affrontare rapidamente e con efficacia la drammatica situazione che i tagli ai contributi pubblici sta generando e di cui Cinecittà Luce è una delle vittime più illustri ma non certo la sola». E al coro delle proteste si è aggiunta anche la voce dello sceneggiatore Vincenzo Cerami, che ha definito «grave» il fatto «che si smantelli Cinecittà, un luogo dove è stata fatta la storia del cinema italiano e dove Fellini aveva casa. Con l'attuale sindaco a Roma stanno riuscendo a trasformare quel luogo di fantasia che ci ha resi celebri in tutto il mondo in una colata di cemento». Anche Andrea Purgatori, coordinatore dei 100Autori, ha lanciato l'allarme: «Mai come adesso anche per la situazione in cui si trova Cinecittà Luce - ha detto - siamo convinti che la via da seguire per reperire risorse sia un prelievo su tutta la filiera, sui proventi di tutti soggetti che utilizzano il cinema e l'audiovisivo. E l'unica strada che il governo ha per cavarsela».