Mai Giuseppe Bonaparte, re delle Due Sicilie, avrebbe immaginato che il suo decreto del 5 febbraio 1808, con il quale fu prescritto la costruzione di un moderno Carcere nella città di Avellino, in luogo delle fetide prigioni ubicate nei sotterranei di Via Costantinopoli, sarebbe stato, due secoli dopo, trasformato in un importante polo culturale. Con la costruzione del nuovo carcere in località Polverista di Bellizzi, il vecchio carcere centrale, realizzato dai Borbone durante la restaurazione, dopo un sapiente restauro è oggi sede delle due Soprintendenze, Archeologia e Beni Culturali, oltre che dell'Archivio di Stato e sale espositive e di conferenze per vari convegni. Lunedì il Carcere borbonico vedrà inaugurata - con la presenza del presidente del Senato, Renato Schifani - l'ultima sezione restaurata e ospiterà il nuovo Museo del Risorgimento, aprendo ufficialmente il programma predisposto dalla Provincia di Avellino per celebrare degnamente i 150 anni dell'Unità d'Italia: la mostra tratterà le varie fasi del Risorgimento italiano, al quale Avellino e provincia parteciparono con convinzione e slancio fin dal 1820 con le migliori menti e le anime più nobili della sua terra. Negli appositi spazi riservati alla Provincia saranno collocati i preziosi cimeli storici, quadri, documenti, armi, abiti, medaglie e altre memorie che un tempo non lontano ornavano e arricchivano la storia e che con maldestra decisione fu deciso di smontare e relegare il passato glorioso di una comunità intera nei depositi e sotterranei, decretando così la scomparsa del Museo del Risorgimento Irpino. Oggi questa grave decisione assiste ad una doverosa riparazione con il suo ripristino nel Carcere di Via Dalmazia, in un momento particolare della nostra storia unitaria che ha, purtroppo, ancora bisogno di testimonianze e documentazione per narrare tutte le vicende che hanno portato all'Unità d'Italia. Il vecchio Carcere borbonico, sebbene previsto da Giuseppe Bonaparte nel Decennio, soltanto più tardi fu avviato a costruzione nel quadro di una lunga serie di opere pubbliche intraprese nei primi decenni del secolo XIX. Il 23 novembre 1822 segna l'inizio, almeno ideale, di quella sospirata costruzione con il real Rescritto di Ferdinando I quale autorizzava l'elevazione del Carcere di Avellino. Due anni dopo l'imprenditore Don Saverio Curcio, affidatario di altre opere pubbliche in Avellino, firmava il contratto il 20 marzo 1824. Il progetto del Carcere ha visto l'impegno di due nomi importati dell'ingegneria borbonica: gli ingegneri Luigi Oberty e Giuliano De Fazio. Il progetto del secondo professionista, ispirato alle teorie del filosofo inglese Jeremy Bentham nel suo «Panopticon» del 1791, risulterà quello definitivo. Oltre ai cinque bracci il Carcere si dota di una rotonda. Una volta fissata la rotonda si prepararono i corpi per unire la rotonda stessa agli angoli dell'esagono, i quali, cosi congiunti, formeranno la schiera di raggi schiusi che partono dal centro dell'opera. In seguito, tra il 1827 e il 1829, gli ingegneri Villani e Ricci firmeranno vari certificati di pagamento, per un totale di 21.800 ducati, spesa ancora parziale per la costruzione del complesso del Viale Pioppi. Nelle carceri borboniche degli anni '40 di due secoli fa la vita dei detenuti certamente non era invidiabile. Il 2 maggio 1838 il Consiglio Distrettuale di Avellino si riuniva per discutere sul completamento delle prigioni centrali del capoluogo. In particolare, il Consiglio sollecita l'Intendente «per attivare la formazione del terzo raggio che dee essere eretto di prospettiva all'ingresso». Al momento del completamento il Carcere accoglie ben 576 detenuti. Nel corso della sua vita secolare il Carcere, aperto sin dal 1838, è stato circondato da un alone di mistero che ha travalicato le possenti mura. Il fossato, il ponte levatoio, la ghigliottina custodita al suo interno, le fughe e le evasioni rocambolesche - ai nostri tempi - di personaggi della «mala», come quella di Vito Nardiello e di altri elementi della camorra, hanno contribuito a far entrare nella leggenda il carcere borbonico. Oggi, per fortuna, al suo interno si respira un'altra aria.