Lo storico Marc Fumaroli rilancia il dibattito sul ruolo dello Stato, il patrimonio e il business dei beni culturali. Il caso Pompei "Ma la Francia e l'Italia si stanno davvero allontanando? Non mi pare. Parigi è una città italiana! E voi italiani siete ormai in Europa i soli ad ammirarci sinceramente». A quasi ottant'anni, il grande storico e saggista Marc Fumaroli conserva il gusto della battuta affabile, riflesso della predilezione personale per l'arguzia settecentesca e forse pure dei natali marsigliesi. Ci riceve nel suo studio al College de France, massimo tempio del sapere transalpino, dove i savants offrono ancora lezioni magistrali a un pubblico indistinto. Proferite dalla bocca di un accademico di Francia e dei Lincei, insignito in Italia di diverse lauree honoris causa ed altri riconoscimenti come il Premio Balzan, anche le battute apparentemente più innocenti non possono essere solo un omaggio all'amicizia italo-francese nell'anno celebrativo dell'Unità. In realtà, i due versanti delle Alpi occupano pure alcuni dei ultimi scritti dell'«altro» Fumaroli vivace polemista, come un intervento su Le Monde" molto commentato in Francia, intitolato «Lo Stato, il patrimonio e il business dei beni culturali», con cui lo storico è sceso in campo per denunciare i rischi comuni che esano sul patrimonio culturale italiano e francese. Un tema particolarmente caro allo studioso e sul quale egli accetta volentieri di soffermarsi. «Sono entusiasta dell'idea d'Europa - assicura Fumaroli -, ma mi rattrista che l'Europa venga utilizzata oggi come alibi per un'assenza di coordinamento e di collaborazione fra i diversi Paesi, in particolare nel campo del patrimonio e della protezione del paesano». Per lo storico, in un'ottica europea, occorrerebbe invece proprio adesso «una mobilitazione generale per correggere il vandalismo e contrastare il brigantaggio». Dopo aver lanciato i sassi, Fumaroli precisa: «Non possiamo dimenticare che il paesaggio italiano è un bene comune europeo inestimabile. Una legislazione ancora insufficiente e un certo attendismo hanno provocato un autentico banditismo e un vandalismo su larga scala dei paesaggi e dei siti. Ciò accade anche in Francia, ma in misura minore». Lo studioso tiene tuttavia a ripudiare i catastrofismi: «Il sistema di protezione patrimoniale ha difetti in entrambi i Paesi, ma ha già il merito di esistere e di avere molti secoli dietro di sé. L'Italia è più ricca di monumenti, città storiche, collezioni, musei e biblioteche, il che spiega che essa sia talora in affanno». Eminentemente politico, per Fumaroli, il problema nasce anche da certe derive di fondo. L'equiparazione fra patrimonio e «giacimento culturale» è per lo studioso un vicolo cieco da cui uscire al più presto: «Giacimento culturale in genere significa, per i funzionari pubblici, l'appiattimento industriale e commerciale di un fondo o di un'opera d'arte. Patrimonio presuppone una visione del mondo meno esclusivamente mercantile e in cui le nozioni d'istruzione, contemplazione, diletto disinteressati prevalgono sulle considerazioni di rendimento». Sotto quest'angolo, Italia e Francia si troverebbero su un terreno infido: «Il pericolo principale è la mercificazione da parte dello Stato sommerso dai debiti, di fondi che sono sempre stati un bene pubblico inalienabile, proprietà di tutta la nazione». Lo studioso ricorda di aver intuito questi parallelismi nel 1996, anno in cui fu ospite a Roma dell'American Academy. Fu per lui una scoperta sconcertante, data la tradizionale reputazione del Belpaese nel settore della tutela culturale, che ha fatto dell'Italia «un modello per Paesi come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, sottosviluppati in questo campo». Al contempo, sui due versanti delle Alpi, non mancano certo i modelli di buona gestione: «In Italia, lo Stato dovrebbe prendere esempio dal Fai [Fondo Ambiente italiano, ndr] . In Francia, pur fra molti contrasti, ci sono eccellenti restauri di monumenti storici. Il castello e il parco di Chantilly, grazie anche alla generosità dell'Aga Khan, hanno conosciuto un'autentica rinascita». Fumaroli loda la competenza degli esperti del patrimonio tanto italiani che francesi, ma avverte un malessere diffuso anche fra questi custodi. Cita in proposito certi errori politici frequenti nella destinazione del patrimonio: «Un buon esempio è il numero di delocalizzazioni di amministrazioni un tempo ospitate in palazzi storici e spostate in edifici moderni lontani dal centro. Le sedi storiche, svuotate dei loro occupanti tradizionali, non potranno divenire tutte dei musei o degli hotel. In proposito, mancano ancora spesso soluzioni eleganti e appropriate di tutela. Per trovarle, occorre consultare al contempo esperti e persone di gusto». A proposito delle polemiche sui crolli a Pompei, Fumaroli, pur deplorando i sintomi d'incuria, preferisce soprattutto contestualizzare storicamente il problema, sottolineando l'immenso valore simbolico del sito per l'Europa. Pompei, ricorda, «è stata riportata alla luce in un'epoca in cui il tema delle rovine in pittura e in generale la sensibilità verso l'antichità avevano i favori del pubblico europeo, reso ansioso dall'accelerazione della storia e dai rapidi progressi. Pompei è il sito archeologico per eccellenza, essendo stato riportato alla luce allo stato di rovina. La rovina è inoltre per vocazione, per così dire, anche un simbolo del tempo presente». Da marsigliese e cultore del cosmopolitismo mondano settecentesco, Fumaroli spazza via in chiusura gli scenari foschi. «Adesso, occorrerebbe una fusione fra Italia e Francia!», si augura con un sorriso, rilanciando il tema caro delle «Sorelle latine».